Lo spunto della settimana
Prendi una poesia già pubblicata e riscrivila.Togli tutto ciò che è descrittivo, tieni solo tensione, ritmo, atmosfera e lascia che il "non detto" lavori per te
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Nel gruppo letterario Poesiando, il desiderio arrivava puntuale come un treno regionale: sempre in ritardo, ma con la certezza che prima o poi sarebbe arrivato.
Era l’ora in cui le cucine smettevano di essere utili e i frigoriferi, stanchi di ronzare come vecchi filosofi, si arrendevano al silenzio.
Bastava una poesia.
Una qualsiasi.
Purché contenesse almeno una fiamma accesa (possibilmente con effetto slow motion) e un finale che facesse pensare: “Chissà, forse anche a me è successo qualcosa di simile, se solo avessi avuto il coraggio di inventarmelo”.
A quell’ora, i 18.000 e rotti iscritti – un misto di anime sofferenti, tristi e sorprendentemente allupate come cocktail troppo alcolici – si risvegliavano come falene attirate dalla luce di una lampadina da quattro candele.
Non importava se la luce era fioca: l’importante era che ci fosse qualcuno disposto a credere che brillasse.
Fu in una di quelle sere che una poetessa bionda, non più giovanissima ma dotata di un entusiasmo che sfidava la gravità, pubblicò sei versi.
Il suo componimento raccontava, con la precisione di un verbale di polizia, la cronistoria di un amplesso focosissimo con uno zingaro boemo.
Un incontro “selvaggio”, “ancestrale”, “primordiale” – aggettivi che, messi in fila, suonavano come il curriculum di un attore porno con ambizioni filosofiche.
Il lessico oscillava tra il calendario Pirelli e un dépliant turistico di Praga, come se l’erotismo e il folklore fossero la stessa cosa, purché conditi con un po’ di paprika, petali di rose rosse e violini tzigani.
Lessi in silenzio, forse per educazione, per curiosità o per quella speranza assurda che, a un certo punto, qualcuno inciampasse davvero – non necessariamente nello zingaro, ma almeno in una metafora originale.
Non successe.
I commenti arrivarono rapidi, come coriandoli sparati da un cannone carico di generosità e buone intenzioni.
L’anima, in quel gruppo, era un luogo enorme, molto trafficato e stranamente spoglio: tutti ci entravano, nessuno ci lasciava l’ombrello.
Lo zingaro boemo, intanto, diventava leggenda.
Non aveva bisogno di presentarsi: entrava in scena come un cameriere esperto, con il vassoio pieno di cliché e la certezza che qualcuno avrebbe pagato il conto.
Non chiedeva permesso. Ballava, ballava sempre, sempre allupato, sempre seduttivo.
Ballava per donne che avevano smesso di ballare da anni, se non nei sogni; per uomini che si guardavano allo specchio solo di sfuggita, mentre l’acqua della doccia diventava tiepida e la vita un po’ meno.
Ballava per chi aveva dimenticato il proprio corpo e per chi lo ricordava fin troppo bene, come un debito non pagato. Ballava per tutti, democraticamente, come un sogno erotico low-cost: accessibile, ripetibile, e con la garanzia di non deludere mai.
Ogni sera, qualcuno lo evocava. Bastava un verso con un accenno di vento, un accento straniero, un odore di zenzero immaginario – o, in mancanza di meglio, la parola “zingaro” scritta in corsivo. E lui tornava.
A volte era un amante.
A volte un fantasma mistrioso.
Altre un pretesto per non parlare del vero vuoto: quello che si apriva tra una poesia e l’altra, tra un “mi piace” e la realtà.
La poetessa dai capelli giallo paglia, galvanizzata dall’ovazione (e forse dal numero di visualizzazioni), iniziò a pubblicare con la regolarità di un serial televisivo.
Ogni volta lo zingaro cambiava mestiere: violinista, fabbro, acrobata del circo di Brno, venditore di sogni a rate. Ma il ballo erotico restava.
Il ballo era la sua vera professione, l’unica cosa che non tradiva mai.
Gli utenti lo aspettavano come si aspetta la puntata di una telenovela: con gli occhi lucidi, un sacchetto di popcorn e la segreta speranza che, questa volta, la trama prendesse una piega diversa.
C’era chi leggeva seduto al tavolo della cucina, con il cellulare appoggiato sul bicchiere; chi sul monitor 4k nuovo di zecca, immaginando un corpo che non faceva più rumore, se non quello dei tasti del pc.
C’era poi chi commentava con entusiasmo sincero e chi, più semplicemente, sperava che la poetessa ricambiasse il favore con un “like” strategico, come un patto non scritto: “Ti lodo se tu mi noti”.
Io osservavo.
Scorrevo.
Annotavo mentalmente, come un antropologo in un villaggio di cartone.
A un certo punto iniziai a chiedermi se lo zingaro boemo non fosse diventato il santo patrono del gruppo: protettore delle fantasie tardive, dei desideri compressi, delle solitudini che si travestono da poesia come un uomo in smoking a un funerale.
Forse, senza saperlo, stava raccogliendo tutte quelle solitudini in un grande abbraccio virtuale, mentre noi eravamo lì, avvinghiati a stoffe colorate e versi improvvisati, a fingere che bastasse un ballo sinuoso per non sentirsi soli.
Poi, una sera, accadde l’impensabile.
La poetessa pubblicò sei versi, come sempre. Ma lo zingaro non c’era più.
Non compariva neppure come ombra, come eco, come scusa.
Al suo posto, un silenzio strano, come una sedia vuota al centro della stanza, che sembrava chiedere: «E ora, di cosa parliamo?».
Mancava lui.
Mancava il pretesto, la scusa, il ballo, la rosa purpurea.
Mancava quel piccolo, patetico, meraviglioso inganno collettivo.
E fu allora che capii: lo zingaro boemo non era un personaggio. Era un bisogno. Un bisogno liturgico, condiviso, quasi sacro.
Un modo per dire «Sono ancora vivo», «Sono ancora viva», senza doverlo ammettere apertamente, senza doverlo dimostrare, senza doverlo spiegare.
Era la nuova musa, il nuova motore, il nuovo collage di sogni e disillusioni, tenuto insieme da scotch e speranza.
Quella sera chiusi il computer e risi tra me e me.
In un gruppo come Poesiando, lo zingaro prima o poi sarebbe tornato.
Tornava sempre.
Perché certe fantasie non muoiono.
Si limitano a cambiare passo, a indossare un nuovo costume, a ballare un po’ più piano o piu veloce
E noi, puntuali, saremo lì ad aspettarle.
Con il cuore in gola, una rosa appassita e un sacchetto di patatine mezzo vuoto in mano.
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