Maschile e femminile due voci diverse in poesia
Quando si parla di maschile e femminile nella scrittura poetica, il rischio più grande è ridurre tutto a una questione di genere grammaticale o, peggio, di identità biologica. Ma la poetica non funziona per etichette. Funziona per posture, per tensioni interne alla voce che scrive. Il maschile e il femminile, in poesia, non sono ruoli assegnati. Sono modi diversi di stare nel linguaggio.
Storicamente, il maschile poetico si è spesso presentato come una voce che afferma. Una voce che nomina il mondo per delimitarlo, per dargli una forma riconoscibile. È una scrittura che tende alla costruzione, alla solidità, alla struttura. Anche quando è lirica, elegiaca o dolorosa, mantiene una fiducia di fondo nella parola come strumento: la parola serve a dire, a fissare, a lasciare traccia. Non è necessariamente un maschile autoritario, ma un maschile architettonico, che cerca ordine, genealogia, continuità.
Hawk Roosting
Testo originale
I kill where I please because it is all mine.
There is no sophistry in my body.
Traduzione:
Uccido dove mi pare, perché tutto questo è mio.
Nel mio corpo non c’è sofisma.
T. Hughes
Il femminile poetico, al contrario, si muove spesso come una voce che attraversa. Non si colloca sopra le cose, ma dentro. Non pretende di possedere il reale attraverso il linguaggio, ma accetta di entrarvi in contatto, anche in modo instabile. È una scrittura che tollera la frattura, l’interruzione, il silenzio. Dove il maschile tende a chiudere una forma, il femminile la lascia aperta. Dove uno dichiara, l’altro suggerisce. Dove uno costruisce, l’altro scava.
Da “Poesie”
Questa distinzione non coincide con l’opposizione facile tra razionale ed emotivo. Il femminile non è più sentimentale, così come il maschile non è più logico. La differenza riguarda il rapporto con il potere della parola. Il maschile poetico tende a credere che la lingua possa dire il mondo. Il femminile poetico sospetta che la lingua possa solo avvicinarsi, senza mai esaurire ciò che tocca.
È importante chiarire che queste posture non coincidono con chi scrive. Molti poeti uomini hanno scritto da una posizione profondamente femminile, accettando l’incompiuto, il vuoto, la vulnerabilità del dire. Allo stesso modo, molte poetesse hanno scelto una postura maschile, assertiva, verticale, a volte persino normativa. La poetica non segue l’anagrafe. Segue una scelta, spesso inconscia, su come abitare la lingua.
Nella scrittura poetica più viva, maschile e femminile raramente restano separati. Coabitano. Si alternano. Si contraddicono. Un testo può iniziare con una presa di posizione netta e poi incrinarsi. Può costruire una struttura solida e poi lasciarla cedere. Può usare una sintassi rigorosa per dire qualcosa di irriducibilmente instabile. È in questa oscillazione che la poesia smette di essere esercizio e diventa rischio.
Qui la poetica si distingue nettamente dal dibattito sul linguaggio inclusivo. La lingua comune cerca soluzioni, formule, strategie per rappresentare. La poesia non rappresenta: espone. Non è chiamata a essere corretta, ma a essere vera. Il femminile poetico, in particolare, non chiede visibilità come categoria, ma come esperienza. Non vuole essere incluso: vuole essere ascoltato. Anche quando disturba, anche quando non si lascia addomesticare.
Forse, allora, la domanda non è come usare il maschile e il femminile nella poetica, ma da dove parla la voce che scrive. Se parla per affermare o per attraversare. Se cerca una forma definitiva o accetta una ferita. Se usa la lingua come strumento o come luogo in cui stare, anche scomodamente.
Quando una scrittura riesce a tenere insieme queste tensioni senza risolverle, senza pacificarle, accade qualcosa di raro. Il testo smette di appartenere a una categoria e diventa presenza. Una voce che non cerca consenso, ma verità. Una voce che non spiega, ma resta.
Ed è lì che maschile e femminile cessano di essere opposti e tornano a essere ciò che erano all’origine: due modi diversi, e necessari, di rischiare la parola.
by Miu
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