Molti immaginano che oggi, essere online coi propri scritti sia un po come stare in piazza: appendi il tuo testo qui e là su una porta, un cancello o una bacheca, la gente passa, si ferma, legge. Ebbene no, non funziona così.
Nella maggior parte dei casi è come infilare un foglio in un magazzino già pieno di fogli uguali, dove entrano solo quelli che hanno già deciso di entrarci. Il testo c’è, è online, ma fuori da lì non esiste: non gira, non raggiunge chi non ti conosce già, non si muove, men che meno un eventuale editore.
Essere online non significa essere visibili. Significa solo essere da qualche parte.
La differenza vera non sta nel testo, ma nel luogo in cui lo metti. Ci sono spazi che trattengono e spazi che diffondono. I primi ti danno l’impressione di aver pubblicato: vedi la pagina, il titolo, magari qualche like dagli stessi quattro nomi.
I secondi fanno altro: prendono il testo, lo scelgono, lo portano fuori. Lo mettono davanti a persone che non ti stavano cercando, che non sanno chi sei, che non erano già dentro quel sito. Non è più un foglio attaccato a una porta. È qualcuno che lo prende in mano e lo mostra.
Un testo, da solo, non vola. Puoi scriverlo bene, rileggerlo cento volte, caricarlo con cura. Ma se resta fermo, resta a terra. Per salire ha bisogno di un filo, qualcosa che lo tenga legato al vento e lo porti dove da solo non arriverebbe. Quel filo non sei tu, perché sei già troppo vicino, troppo dentro. È il luogo che decide di diffonderlo, di accompagnarlo più lontano.
Il problema è che molti confondono la pubblicazione con la visibilità, e la visibilità con il merito. Pensano: ho scritto qualcosa di buono, quindi prima o poi qualcuno lo troverà. Ma il magazzino è pieno di cose buone che nessuno ha trovato. E l’aquilone più bello del mondo, senza il filo, resta a terra come tutti gli altri.
Puoi scrivere quanto vuoi. Ma se il tuo testo non trova il filo giusto, non volerà mai. Non perché non vale. Perché nessuno lo vede.
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