Perche si scrive: le ragioni vere

Perché si scrive (male, bene, comunque)

la scrittura creativa

Perché si scrive davvero, per bisogno, abitudine, paura del silenzio?. Non sempre per dire qualcosa di importante.
Una riflessione onesta sulla scrittura.

Perche scriviamo?

Si scrive anche male, più spesso di quanto si ammetta. Male per inesperienza, male per imitazione, male perché si è letto troppo o troppo poco. Male perché si cercano parole importanti per dire cose piccole. Male perché si ha fretta di pubblicare. Male perché si confonde l’intensità con l’enfasi. Scrivere male non è una colpa, è una fase. A volte è anche un passaggio necessario.

Poi, ogni tanto, si scrive bene, non sempre quando lo si vuole. Non sempre quando ci si sente pronti. Scrivere bene non è una questione di controllo totale, ma di equilibrio momentaneo. Qualcosa funziona, qualcosa si incastra, una frase regge. Spesso chi scrive non se ne accorge subito. Se ne accorge dopo, oppure glielo dice qualcun altro.

Ma la verità è che si scrive comunque, anche quando non si è sicuri. Anche quando il testo non convince del tutto. Anche quando si sa che verrà ignorato. Scrivere è spesso un gesto che precede il giudizio, persino quello di chi scrive. Prima viene il bisogno, poi, forse, la lucidità.

Non esiste un momento giusto per scrivere, non esiste una legittimazione ufficiale, nessuno ti deve dare il permesso. Si scrive dentro una vita che continua, tra lavoro, stanchezza, distrazioni, silenzi. Si scrive rubando tempo, a volte anche a se stessi. Ed è per questo che molti testi nascono fragili, incompleti, contraddittori.

C’è chi scrive per chiarirsi, chi per ricordare, chi per non sentire troppo, chi per sentire di più. C’è chi scrive per dialogare e chi per restare solo. Tutte queste motivazioni convivono. Non c’è una gerarchia pulita. La scrittura non è una linea retta, è un accumulo di tentativi.

Qui non crediamo alla scrittura come prova di valore personale. Scrivere non rende migliori. Non rende più profondi automaticamente. È solo un gesto. Può essere onesto o artificioso, necessario o superfluo, vitale o ripetitivo. Lo si capisce col tempo, leggendo, rileggendo, accettando anche il fatto che non tutto ciò che si scrive deve funzionare.

Si scrive male, bene, comunque, perché a un certo punto smettere sarebbe peggio. Perché restare in silenzio non sempre è una soluzione. Perché, anche quando il testo non arriva a nessuno, qualcosa, dentro chi scrive, si è mosso. E a volte basta questo.

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