Geoffrey i racconti di canterbury
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I racconti di Canterbury: il Medioevo che ride.

I racconti di Canterbury appena li avvicini iniziano a parlarci con mille voci.

Voci che discutono, ridono, si vantano, mentono, pregano, fanno affari, raccontano oscenità, dispensano morale e subito dopo la contraddicono. Il Medioevo di Chaucer non è una miniatura immobile: è una strada piena di gente.

La cornice è semplice e geniale, un gruppo di pellegrini parte dal Tabard Inn, a Southwark, diretto a Canterbury, verso il santuario di Thomas Becket. Per passare il tempo, ciascuno racconterà una storia, o almeno dovrebbe: Chaucer aveva immaginato un progetto molto più ampio, ma l’opera rimase incompiuta. A noi sono arrivati ventiquattro racconti: abbastanza per costruire un mondo intero.

Nessuno arriva sulla pagina con le mani pulite, ci sono cavalieri, frati, mercanti, artigiani, ecclesiastici, donne pratiche e uomini pieni di sé. Alcuni conservano una certa dignità, altri vengono osservati con un’ironia che ancora oggi punge.

Chaucer non fa la predica, guarda, osserva.
E nel guardare lascia che siano i personaggi a tradirsi da soli: il modo in cui parlano, ciò che scelgono di raccontare, le fissazioni che si portano dietro. Più che una raccolta ordinata, sembra una compagnia umana sorpresa mentre si mette in scena senza accorgersene.

C’è il racconto cavalleresco, la beffa volgare, la favola morale, la satira religiosa, la storia d’amore, la disputa matrimoniale. Si passa dal sublime al triviale con una naturalezza sfacciata. È qui che il libro resta vivo: non ci mostra “il Medioevo” in posa ufficiale, ma un Medioevo rumoroso, contraddittorio, pieno di appetiti.

Tra le figure più memorabili c’è la Moglie di Bath che parla di matrimonio, desiderio, potere e libertà con una sicurezza che ancora sorprende. Non ha senso trasformarla in una femminista moderna, ma è impossibile ignorare la forza della sua voce: una donna che racconta se stessa senza chiedere permesso.

Non tutti i racconti hanno la stessa presa, alcuni parlano con immediatezza anche oggi, altri restano più legati ai codici del tempo. Ma questa disomogeneità non è un inciampo: è parte della vitalità dell’opera. I racconti di Canterbury non sono un salotto ordinato ma una locanda, una strada, un pellegrinaggio, una folla e forse un’epoca mai tramontata.

E forse è proprio per questo che funzionano ancora.
Perché sotto i mantelli, le tonache e i cavalli riconosciamo sempre gli stessi esseri umani: vanitosi, furbi, devoti, ridicoli, intelligenti, contraddittori, Chaucer cambia i costumi, non la sostanza.

I racconti di Canterbury non sono soltanto un monumento della letteratura inglese ma  una grande commedia umana, con abbastanza fango sulle scarpe da sembrare vera.

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il parlamento degli uccelli
Il parlamento degli uccelli

Il Parlamento degli uccelli è una delle cosiddette “opere minori” del più grande poeta del Medioevo inglese, Geoffrey Chaucer. Ci offre la squisita narrazione di un sogno durante il quale il protagonista rivive dapprima il Somnium Scipionis ciceroniano, si ritrova poi in un giardino-parco di natura edenica, entra in un tempio di Venere, e assiste infine all’assemblea annuale che, sotto la presidenza di Natura, gli uccelli d’ogni specie tengono il giorno di San Valentino per scegliere i loro compagni.
In forma cangiante, il poemetto affronta i vari aspetti e problemi dell’amore: la passione per il “bene comune” in primo luogo; poi l’eros nelle vesti di Paradiso Terrestre, allegoria derivata dal Roman de la Rose e dal Teseida del Boccaccio; l’amore sensuale; infine la procreazione per la perpetuazione della specie.
Per di più, il dibattito degli uccelli solleva il problema dell’ordine naturale e feudale: chi dovrà scegliere l’aquilotta reale fra i tre pretendenti tutti egualmente nobili?
Nella democrazia consentita da Natura hanno diritto di parola anche i più umili, ma Natura lascia la scelta alla femmina, la quale chiede un anno per pensarci sopra, come le dame dell’aristocrazia, e il problema resta così insoluto.

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