Il 4 agosto 1935 arriva alla piccola stazione di Brancaleone Calabro un uomo occhialuto, piccolo di statura, con due valigie piene di libri.
Ha ventisette anni. Si chiama Cesare Pavese e non tornerà mai, davvero, da nessun posto.
Quella fu la prima volta. Ma non l’ultima.
Cesare Pavese nasce nel 1908 a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe. Cresce senza padre, con una madre severa, in mezzo a colline che impara ad amare con quella precisione ostinata che si riserva alle cose che fanno male.
Studia a Torino, si laurea con una tesi su Whitman, traduce gli americani, Melville, Dos Passos, Faulkner, con una fedeltà che è anche una forma di appropriazione.
Scrivere, per lui, non è sfogarsi. È capire cosa c’è sotto.
Nel maggio del 1935 la polizia fascista irrompe nel suo appartamento. Trova lettere di Altiero Spinelli, già in carcere per antifascismo.
Pavese non è un attivista, frequenta quegli ambienti, li sfiora, ma non è uno di loro, eppure tace, si addossa tutto, anche per proteggere Tina Pizzardo, la donna di cui è innamorato in modo ossessivo e non corrisposto, a cui quelle lettere erano destinate.
Tre anni di confino. Poi ridotti a otto mesi, per grazia.
Arriva a Brancaleone con due valigie cariche di libri e una condanna sul capo. La casa è al pianterreno, con un piccolo orticello, alberi di limone, la ferrovia vicina e lo Ionio a pochi passi.
Nelle lettere mantiene un distacco ironico tra sé e quei luoghi, come se decidesse di non legarsi, di viverli essenzialmente come un carcere. Firma alcune lettere all’amico Sturani con un’ironia da confinato: “il con(finato) di Brancaleone”.
In altre scrive della gente del posto: “La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.” Politicamente corretto, è un uomo che osserva anche quando soffre. Forse soprattutto quando soffre.
È in quei mesi che comincia Il mestiere di vivere. Non un diario confidenziale ma una lente. Si guarda, si giudica, non si concede scuse.
Il ritorno dal confino, nel marzo del 1936, è il secondo momento. Ed è peggio della partenza.
Gli amici torinesi sanno che Tina sta per sposarsi e non sanno come dirglielo. Sembra che alla fine venga incaricato il filosofo Norberto Bobbio. Nei fatti Tina ricorda che gli portava un regalo commovente e ridicolo: una scatolina di belletto comprata a Genova tra un treno e l’altro.
Pavese non smette di cercarla. Per anni le chiede di lasciare il marito. Il 13 agosto 1937, a un tavolo di caffè a Porta Palazzo, Tina trova il coraggio di dirgli quello che per pietà gli aveva sempre taciuto, quello che lui sa e finge di non sapere. Pavese risponde con una lettera di odio implacabile.
Quella data, il 13 agosto, tornerà nel diario più volte, negli anni. Come una cicatrice che non smette di misurare.
Quando nel 1952 viene pubblicato postumo Il mestiere di vivere, Tina implora Calvino e Natalia Ginzburg, curatori dell’opera, di non dare alle stampe certe pagine.
Ma è inutile, il diario esce com’è. Quella storia, che per Tina era stata forse solo un modo per aspettare il ritorno di qualcun altro, per Pavese era stata tutto.
Dopo la guerra la vita prende una forma che da fuori sembra riuscita. Lavora per Einaudi, pubblica, viene letto.
Scrive romanzi importanti. Nel 1950 vince il Premio Strega con La bella estate. Ma il tema che attraversa tutta la sua opera e il ritorno, la ricerca di qualcosa che non c’è più, non è solo letteratura ma la struttura esatta della sua vita.
La luna e i falò l’ultimo romanzo, è la versione più nitida di questo. Anguilla torna nelle Langhe pensando di ritrovare qualcosa, un’origine, un senso. Ma i luoghi sono lì e non lo accolgono. Le persone sono cambiate, o non ci sono più. I falò all’inizio hanno qualcosa di rituale, quasi bello. Poi bruciano, cancellano, consumano. Il romanzo, senza dirlo apertamente porta lì: non c’è niente che possa essere recuperato davvero.
Natalia Ginzburg, che lo conobbe ogni giorno per anni alla Einaudi, scrisse di lui senza mai citarne il nome,”il nostro amico”, sempre. Ricorda il suo modo avaro di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte.
Il modo schivo di riempirsi la pipa. E il modo brusco e subitaneo di regalare denaro agli amici in difficoltà, così brusco che ne restavano sbalorditi. Qualche volta, la sera, andava a trovarli, sedeva pallido con la sciarpetta al collo, si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta, e non pronunciava una sola parola per tutta la sera.
Poi di scatto agguantava il cappotto e se ne andava.L’ironia che era forse tra le cose più belle che aveva, la portava solo nell’amicizia, perché l’amicizia era in lui un sentimento naturale e in qualche modo sbadato. Nei rapporti con le donne di cui si innamorava, e nei suoi libri, quella stessa ironia spariva del tutto.
Il 27 agosto 1950 Pavese si toglie la vita nella camera 43 dell’Hotel Roma di Torino. Scelse la stanza di un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero.
Lascia scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”
Una frase detta sottovoce. Senza enfasi. Senza scena. Come uno che torna a casa e trova la porta chiusa, e non bussa.

Pavese si suicida per amore?
Sì e no. Non per Tina, né per Constance Dowling. Quelle erano le occasioni, non la causa.
La causa era più antica e più silenziosa.
Pavese aveva quarantadue anni quando morì, e da almeno quindici il diario registrava pensieri sulla morte con una regolarità che fa impressione. Non come sfogo occasionale -come elaborazione. Tornava sull’argomento con la stessa precisione con cui tornava su tutto il resto. Lo analizzava, lo girava, lo rimetteva a posto. Era una presenza costante, non un’esplosione finale.
C’è una cosa che colpisce rileggendo la sequenza degli ultimi anni. Nel 1950 Pavese aveva tutto quello che in teoria doveva cambiare le cose. Il Premio Strega. Il riconoscimento. I libri. Einaudi. Eppure nel diario il tono non cambia. È come se il successo esterno scivolasse via senza toccare nulla di quello che stava sotto. E questo è forse il dettaglio più inquietante – non è la storia di uno che fallisce e non regge. È la storia di uno che ottiene e si accorge che non serviva a niente.
Ginzburg e gli altri amici lo rimproveravano di non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza. Non riuscivano a dirglielo direttamente, ma lo pensavano. Come se vedessero che Pavese si rifiutava ostinatamente di accontentarsi di quello che la vita offre a tutti -le cose ordinarie, i giorni che passano senza significato particolare.
E forse è esattamente lì il nodo. Pavese non riusciva a vivere senza che le cose avessero un peso, un senso, una tensione. Il quotidiano piatto lo soffocava. Ma la tensione – quella che cercava nelle donne, nella scrittura, nel ritorno impossibile – non bastava mai. Era una soglia che si alzava continuamente.
Note biografiche
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 – Torino, 1950). Traduttore, poeta, narratore. Tra le opere principali: Lavorare stanca (1936), Paesi tuoi (1941), La casa in collina (1948), La luna e i falò (1950). Premio Strega 1950 con La bella estate. Collaboratore e redattore della casa editrice Einaudi. Il mestiere di vivere, il suo diario, è pubblicato postumo nel 1952.


