Noce di palma
impantanata e greta,
spaccata in due
scivoli verticolando
nel blu cobalto.
L’uccelli
bandaioli d’archi innamorati
guidano gli occhi azzurri
alle tue carni bianche e
polpute.
Marezzo d’acque avvampate
ondulando t’imbeve.
Tu biglioso frutto
roteando
sballotti lo squarcio impudico
in tre isole in tutto.



C’è un’energia forte, quasi carnale, che attraversa tutto il testo. Le immagini sono dense, stratificate, e cercano un effetto di immersione più che di chiarezza. Alcuni passaggi colpiscono davvero, come “marezzo d’acque avvampate”, che ha una bella vibrazione sonora e visiva.
Allo stesso tempo, però, la lingua sembra a tratti sovraccarica. Parole come “verticolando”, “bandaioli”, “biglioso” creano un’atmosfera, ma rischiano di diventare un filtro troppo spesso: il lettore percepisce l’intenzione, ma fatica ad afferrare un’immagine precisa. È come se il testo chiedesse continuamente di essere decifrato invece che lasciarsi vedere.
Anche la coerenza interna delle immagini ogni tanto vacilla: si passa da elementi naturali a suggestioni corporee senza un vero punto di appoggio, e questo rende l’insieme più dispersivo che misterioso.
La sensazione è che sotto ci sia una tensione interessante, quasi sensuale e materica, ma che potrebbe emergere meglio con qualche sottrazione. Dove lasci respirare l’immagine, il testo funziona; dove accumuli, si appesantisce.
In sintesi: ha una voce, ma deve decidere se farsi sentire o nascondersi dietro la lingua.