Non c’è il fragore del vetro sul marmo,
ma un cedimento lento della fibra,
come qualcosa che rinuncia a tenere
senza rompersi davvero.
È un’erosione silenziosa,
una parola che arretra su se stessa
mentre fuori il mondo continua.
Si allenta la distanza
tra ciò che pensiamo
e ciò che riusciamo a fare,
un ponte sottile
che regge finché regge.
Siamo fatti di crepe senza eco,
di piccoli scarti
che non fanno rumore.
Ordiniamo un caffè,
paghiamo il parcheggio,
e intanto qualcosa si sposta
di un millimetro
dove non si vede.
Nessuno lo nota.
È il disastro bianco
di ciò che resta intatto fuori
mentre dentro si incrina.
E continuiamo
a restare in piedi
come se bastasse la forma
a non cadere.





Una poesia molto misurata, che lavora bene sul cedimento silenzioso delle cose e delle persone. Ho apprezzato soprattutto il contrasto tra l’apparenza che resta intatta e ciò che, dentro, lentamente si incrina.
Alcune immagini hanno una bella forza discreta, senza bisogno di alzare troppo il tono.
Decisamente un testo al di sopra della media.