Ci sono libri che, quando li finisci, restano lì. Altri vanno per il mondo.
Sono li, fermi sul tavolo, sul comodino, sopra una sedia, come se aspettassero una tua mossa. Tu li guardi e pensi: ok, vi ho letto, vi ho capito, adesso che ci faccio?
Io, per esempio, non li abbandonerei mai, nemmeno quelli che mi sono piaciuti poco o niente, nemmeno quelli che occupano spazio, fanno mucchio, prendono polvere e ogni tanto sembrano guardarti male dallo scaffale.
Un libro, per me è per sempre, Al massimo si sposta, neppure si presta, al linite si regala. Figurarsi se compro un libro e poi abbandono quella creatura indifesa al vento, al primo piccione, alla prima mano sconosciuta. Mi sembrerebbe quasi di tradirlo.
Eppure ci sono persone che fanno esattamente questo, e gli piace pure.
Ed è da qui che nasce il bookcrossing: l’idea di lasciare un libro in un luogo pubblico affinché qualcun altro lo trovi, lo legga e magari, un giorno, lo rimetta di nuovo in circolo.
In pratica funziona così: scegli un libro, ci lasci dentro una dedica o un piccolo messaggio, e lo abbandoni in un posto qualunque. Una fermata dell’autobus, un treno, un bar, una sala d’attesa, una panchina, una minuscola biblioteca di quartiere, poi te ne vai.
Qualcun altro, magari ore o giorni dopo, lo trova per caso.
Ed è proprio il caso il centro di tutto.
Non sai chi prenderà quel libro. Non sai se verrà letto davvero oppure dimenticato da qualche parte. Potrebbe finire nelle mani di uno studente annoiato, di una signora che aspetta il medico, di qualcuno che normalmente non leggerebbe mai quel titolo. Oppure finire in una discarica.
In un’epoca in cui tutto viene tracciato, archiviato e trasformato in algoritmo, il bookcrossing ha qualcosa di stranamente inutile e umano insieme.
Non produce numeri e non garantisce nulla.
Non ti restituisce nemmeno la certezza che quel libro continuerà il suo viaggio.
Forse è proprio questo, per molti il suo fascino.
I libri cartacei, del resto, hanno ancora una presenza fisica difficile da sostituire. Hanno pieghe, sottolineature, macchie di caffè, biglietti usati come segnalibri, copertine rovinate dagli spostamenti. Sembrano accumulare tracce delle persone che li hanno attraversati.
Chi pratica bookcrossing racconta spesso di aver trovato romanzi nei luoghi più improbabili: poesie lasciate sui sedili della metropolitana, saggi accanto alle macchinette del caffè, vecchi classici dimenticati in un parco.
A volte dentro c’è un messaggio, altre volte nulla. Solo il libro, l’abbandono, il regalo e il silenzio.
E forse è proprio questo che continua a colpirmi del bookcrossing, pur sapendo che io non lo farei mai davvero.
L’idea che una storia possa continuare a muoversi nel mondo mentre tu hai già smesso di leggerla.
Come funziona praticamente?
Si registra il libro sul sito BookCrossing.com per ottenere un BCID (codice univoco), si etichetta il libro e lo si lascia “in the wild” (nel mondo) o lo si scambia di mano in mano.
Punti di scambio: Molte città istituiscono zone di bookcrossing con apposite casette, spesso gestite da biblioteche, come a Udine o Gribaudi.
Regole: Lo scambio è libero.
Si può prendere un libro senza lasciarne uno, o lasciare libri senza prenderne.
L’importante è che siano in buono stato.
Significato: È definito come un “messaggio in bottiglia dei giorni nostri” o un “esperimento di sociologia” per far circolare la cultura




