Marchese Sade
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Raccontare Sade senza arrossire

Ovvero: la storia di un aristocratico che voleva solo scrivere in pace e invece finì in ogni guaio possibile

Quando si parla del marchese de Sade, la gente immagina subito un tizio in parrucca che corre nudo come un verme per Versailles brandendo un frustino.
E invece no.
Te lo racconto io come si deve: con calma, con ironia, e con la consapevolezza che, prima di diventare un aggettivo imbarazzante nei dizionari, Sade è stato un essere umano. Complicato, sì. Bizzarro anche. Ma non un “zozzone” qualunque.

Naque nel1740 a Parigi. Da ragazzo, Sade è il classico nobile che ha tutto: educazione impeccabile, gusto teatrale, un certo talento per la posa drammatica.
Èra uno che entrava in una stanza e sembrava dire: “Eccomi qui, godetevi pure nella mia magnificenza”.
Non era un dissoluto: era un esteta. Uno che amava il lusso, la parola, il gesto scenico.
Poi, certo, aveva anche qualche… entusiasmo di troppo. Ma chi siamo noi per giudicare un diciottenne del Settecento?

La vita libertina e gli scandali (che lui viveva come fossero marachelle)
E fu cosi che Sade iniziò combina guai. Non piccoli guai: guai con la G maiuscola.
Feste troppo rumorose, compagnie troppo vivaci, esperimenti erotici che oggi definiremmo “non proprio da manuale del galateo”.
Lui però non si percepiva come un pervertito ma come un artista del piacere, un innovatore, un uomo che prendeva la vita sul serio solo quando si tratta di esagerare.
Il problema è che la polizia dell’epoca non aveva un senso dell’umorismo molto spiccato..

Gli anni tra prigioni e manicomi (dove, paradossalmente, lavora meglio)
E così il nostro marchese passa una quantità imbarazzante di anni in prigione.
Non perché sia un criminale incallito, ma perché lo Stato francese non sapeva dove metterlo.
Era troppo aristocratico per la galera comune, troppo ingestibile per lasciarlo libero, troppo rumoroso per ignorarlo.
Risultato: lo spedì ovunque, fortezze, castelli, la Bastiglia, e infine Charenton, un manicomio che sembrava uscito da un romanzo gotico.
E lui?
Scrive.
Scrive come se non ci fosse un domani e dovesse salvare il mondo a colpi di inchiostro.

Lo scrittore compulsivo (che avrebbe scritto anche sui tovaglioli, se glieli avessero dati)
Sade non scrive: produce. È una macchina da guerra narrativa.
Gli tolgono la carta? Se la inventa.
Gli vietano l’inchiostro? Trova un modo con succo di limone, latte, aceto o urina.
Gli controllano la cella? Nasconde i fogli nei posti più improbabili.
La scrittura era la sua vendetta, la sua fuga, la sua identità.
E soprattutto: la sua forma di resistenza.
Altro che libertino: è uno che, privato di tutto, si aggrappa alle parole come a un’ancora.
La sua scrittura spinge la realtà fino a divenire irreale quanto l’immaginazione

Il celebre rotolo della Bastiglia (la sua opera più acrobatica)
Il capolavoro logistico di Sade è il rotolo delle 120 giornate di Sodoma: dodici metri di carta cucita, arrotolata, nascosta tra le pietre della cella.
Un manoscritto che sembra un serpente mitologico.
Quando la Bastiglia cadde, lui è già stato trasferito e crede che il rotolo sia perduto.
Piange, si dispera. Sì, il marchese de Sade piange per un manoscritto.
E come dargli torto? Era tutta la sua vita, la sua ossessione, il suo romanzo impossibile.

Il nome che diventa parola, e che parola…
A un certo punto, la lingua francese decise che “Sade” non bastava.
Serviva un sostantivo.
E così nacque “sadismo”.
Non è proprio il tipo di immortalità che uno sogna da bambino, ma tant’è.
Sade diventò un concetto, un’etichetta, un brivido linguistico. E lui, che voleva essere un autore tragico-filosofico, finì per essere ricordato come un sinonimo di crudeltà erotica.
Voleva essere un’esperienza. Finì per diventare una voce di dizionario.

Nel tempo l’autore fu odiato, censurato, e poi letto dai filosofi (che lo prendono sul serio, finalmente)
Per tutto l’Ottocento, Sade è un tabù.
Vietato, nascosto, trattato come un veleno morale e…mortale
Poi arriva il Novecento, e i filosofi, che adorano i casi disperati, lo recuperano.
Bataille, Klossowski, Blanchot, Deleuze, Foucault: tutti a leggere Sade come se fosse un manuale di metafisica estrema.
E scoprono che dietro gli eccessi c’è un pensatore radicale, uno che mette a nudo (letteralmente e metaforicamente) i rapporti tra potere, desiderio e legge.
Il libertino diventa un classico.
Il censurato diventa un riferimento.
Il “zozzone” diventa un autore da seminario universitario.

In fondo, chi era Sade?
Un aristocratico troppo intelligente per stare zitto, troppo impulsivo per stare fermo, troppo visionario per essere capito.
Non un santo, certo.
Ma nemmeno la caricatura che spesso gli cuciamo addosso.

“Per l’uomo non c’è altro inferno che la stupidità o la malvagità dei suoi simili.” De Sade

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