Il corpo non dimentica. Ha una sua mente
oscura, una biblioteca di tendini e di scatti.
Basta questa curva della schiena,
questo serrarsi quando il vento
incide la luce sulla porta.
Siamo fatti di sedimenti.
Nelle ginocchia portiamo ogni caduta,
il sasso che ha morso la pelle a dieci anni
è ancora lì –
un grumo di silenzio –
sotto il derma.
E le mani, guarda le mani,
ripetono gesti di madri scomparse:
sbucciano la mela con la stessa pazienza,
curvano il mignolo – un’eredità –
che ci tiene piantati nel mondo.
C’è una conta muta nei traumi,
scritta tra le vertebre.
Ogni spavento è un nodo,
ogni carezza una stria
che cambia il verso dei peli.
Il cuore è un muscolo che sa la strada:
accelera prima ancora che l’occhio
senta arrivare l’ombra.
Non cercare nei libri il tuo passato.
Toccati il gomito, la linea del collo,
senti dove la carne si indurisce,
dove cede.
Siamo un diario di morsi e di abbracci,
un’impronta che cammina sopra se stessa.
Il corpo è l’unico testimone:
custodisce l’incendio
anche quando la mente
ha già venduto tutto alla cenere.
Alma Gjini


