Bergen‑Belsen, fine febbraio‑inizio marzo 1945
Ho freddo.
Tutto mi trema dentro, ma non riesco più a battere i denti. Li sento molli, appesi a un filo. Come me.
Margot non mi parla più.
Ma c’è. È qui. È caduta ieri. L’ho vista. Non si è più rialzata.
Ho chiamato piano, poi forte, poi basta. Forse anche lei ha freddo, ma non lo sente più. Forse ora è leggera.
Io no.
Mi pesa tutto.
La pelle è carta. Le dita, ossa. Il corpo: uno straccio unto.
Ho il cranio nudo, e nessuno da cui nasconderlo.
A Bergen-Belsen non ci sono specchi. Ma ci sono occhi.
Occhi che non guardano più. Occhi vuoti, girati di lato, stesi per terra.
Mi chiamo Anna Frank.
Lo dico nella testa, per non dimenticarlo.
Mi chiamo Anna.
Avevo un diario. Una penna. Un pensiero per ogni giorno.
Ora ho solo tifo. E silenzio. E l’odore di chi ha smesso di vivere mentre aspettava.
Sento urla, ma sono lontane.
O forse sono dentro.
Qualcuna muore due baracche più in là.
Qualcuna piange senza lacrime.
Qualcuna canta piano.
Io non piango. Non canto.
Guardo Margot, anche se non si muove.
Mi chiamo Anna.
Ho quindici anni.
Avevo sogni piccoli e ostinati.
Ora ho la febbre. Sogno di pane.
E a volte di scrivere ancora.
Ma non ho niente. Neanche parole.
Il cielo è grigio. La paglia puzza. Le ossa fanno male anche a stare ferme.
Prego un Dio a cui non credo più.
Mi siedo accanto a mia sorella e dico solo:
“Margot, se vai via… portami con te.”
E lei, in sogno, sorride.
Anna Frank morì di tifo esantematico nel campo di Bergen‑Belsen, tra fine febbraio e inizio marzo 1945, dopo la morte della sorella Margot, avvenuta un paio di giorni prima
Margot fu vista cadere dalla sua brandina e morì senza riprendersi; Anne la seguì poco dopo, in condizioni ancora peggiori
Le sorelle erano giovani: Margot 18‑19 anni, Anna ne aveva 15
Entrambe furono vittime dell’epidemia che colpì migliaia di donne internate, in un campo disumanamente sovraffollato e senza cure efficaci



Una tragica pagina della nostra storia che si sta ripetendo nell’indifferenza del mondo intero