Domenico Rea
Articoli,  Bio poeti famosi

Quel tipo di verità che sporca le mani : Domenico Rea

Ci sono autori che non si leggono con la testa, ma con lo stomaco.

Il mio incontro con Domenico Rea non è stato cercato. È stato trovato, o forse è stato lui a trovarmi, in una di quelle bancarelle di libri usati che sembrano sopravvissute al tempo più che abitate dal commercio.

Ricordo il disordine: pile instabili, pagine ingiallite che respiravano polvere, copertine che avevano già vissuto più di una vita. E poi lui. Un libro senza grazia, con la copertina più rovinata di tutti, piegata come se fosse stata stretta troppe volte da mani distratte. Tra le pagine, segni, scritte leggere, tracce di un lettore precedente che non aveva avuto cura, o forse ne aveva avuta troppa in modo sbilenco.

E proprio per questo lo scelsi.

Non perché fosse il più bello, ma perché sembrava il più vero. Come se il suo essere stato trascurato fosse una forma di confessione. In mezzo agli altri libri ordinati, lui portava addosso la vita, senza tentare di nasconderla.

Il titolo era “Quel che vide Cummeo”. E già nel nome c’era qualcosa che non stava fermo: una voce ruvida, quasi orale, come se la scrittura non fosse nata per essere ornamento, ma necessità. Come se qualcuno avesse dovuto dirlo così, senza possibilità di aggiustarlo.

Lo presi come si prende qualcosa che ha già resistito troppo: con una specie di rispetto istintivo, quasi affettivo.

Aprendolo, ho avuto la sensazione che la scrittura non stesse “raccontando” qualcosa, ma lo stesse toccando direttamente.

Le sue pagine non chiedono permesso. Entrano. Hanno un modo di stare nel mondo che non filtra, non abbellisce, non corregge. È una letteratura che non ha paura di essere sporca quando la realtà è sporca, e tenera quando la vita lo permette per sbaglio.

C’è stato un passaggio che ricordo come un’incrinatura. Non per una frase in particolare, ma per il modo in cui tutto era troppo vicino: i personaggi, i corpi, le strade, la fame, la dignità che resiste anche quando non dovrebbe. Ho avuto la sensazione che la letteratura, per la prima volta, non stesse parlando di qualcosa, ma da dentro qualcosa.

Non c’era distanza.

E questa è stata la cosa più difficile da sostenere.

Perché siamo abituati a leggere tenendo un margine di sicurezza. Anche nella sofferenza letteraria, cerchiamo sempre una cornice: una forma che ci permetta di dire “è letteratura, quindi posso guardarla senza farmi male”. Con Rea questo meccanismo si rompe. Non in modo spettacolare, ma silenzioso. Come quando ti accorgi che una frase ti ha già attraversato prima che tu possa difenderti.

E allora capisci cosa significa davvero “scrivere di pancia”: non è uno stile, non è una scelta estetica. È una rinuncia alla distanza.

C’è qualcosa di quasi scomodo in questo tipo di scrittura. Perché non consola, non semplifica, non rende il mondo più ordinato. Lo rende soltanto più vero. E la verità, a volte, non è una cosa elegante.

Ripensandoci oggi, credo che quel libro non mi abbia insegnato una tecnica. Mi abbia insegnato un rischio.

Quello di non proteggere troppo la realtà quando la si racconta.

E forse anche per questo certi autori non si dimenticano: perché non li hai letti soltanto. Li hai lasciati entrare in un punto in cui non avevi più controllo su di loro.

E da lì, in qualche modo, non sono più usciti.

 

Alma Gjini

Was this helpful?
Esprimi per primo il tuo parere

Lascia un commento

Ci dispiace che tu abbia avuto una brutta esperienza. se non riesci a pubblicare il tuo commento, non esitare a contattarci, così potremo aiutarti a risolvere il problema.

Pubblica Contatto

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.