Ci sono modi diversi di leggere, ma soprattutto ci sono modi diversi di ricordare di aver letto.
Oggi i libri entrano nelle nostre giornate senza peso: uno schermo, una luce fredda, un file che si apre in silenzio. Un Kindle può contenere intere biblioteche in pochi grammi di plastica e luce. Gli eBook scorrono senza rumore, senza odore, senza la resistenza fisica della carta. Eppure leggiamo di più, o almeno così sembra.
La lettura si è fatta più leggera, più disponibile, più immediata. Ma anche più invisibile.
Non c’è più il gesto di andare in libreria, di sfogliare, di scegliere con il corpo oltre che con la testa. Non c’è più il tempo dell’attesa: il libro arriva subito, spesso prima ancora di desiderarlo davvero. E forse è proprio qui che qualcosa cambia. Non nella quantità di parole, ma nel modo in cui le attraversiamo.
Io ricordo il mio primo libro come se fosse un oggetto vivo.
Si chiamava “Il cavallo volante”. Non so se oggi lo ricorderei allo stesso modo, ma allora era un evento fisico, quasi sacro. Le pagine appena stampate avevano un odore preciso, leggermente dolce e chimico insieme, che restava sulle dita. La copertina era ruvida, e quando lo aprivo sentivo una piccola resistenza, come se il libro dovesse essere conquistato prima di concedersi.
Non era solo lettura. Era contatto. Ma soprattutto era un premio.
In Albania, quando durante la settimana riuscivo a prendermi cura dei miei fratelli più piccoli, aiutarli nei compiti, tenere in ordine la casa, portare a casa buoni voti, mio padre mi regalava un libro. Uno a settimana. Andavamo alla libreria di Reps e io sceglievo con una cura che oggi mi sembra ancora troppo seria per la mia età. Non ho mai avuto una bambola. I miei giochi erano i libri.
E forse è per questo che per me la carta non è mai stata solo carta. Era riconoscimento. Era fiducia. Era un modo silenzioso di dire: stai crescendo bene.
Ogni libro che tornava con me a casa non era soltanto una storia nuova. Era una piccola conferma del fatto che il mondo poteva aprirsi se io facevo la mia parte dentro quello piccolo che avevo.
Oggi la lettura passa anche attraverso dispositivi come il Kindle. Si accumulano libri in librerie digitali infinite, si evidenzia, si scorre, si riprende da dove si era rimasti. È comodo, immediato, spesso necessario. Ma qualcosa è cambiato nel corpo del ricordo.
Perché un libro di carta resta. Lo trovi, lo tocchi, lo rivedi. Ti ricorda non solo cosa hai letto, ma chi eri quando lo stavi leggendo. Un file invece vive altrove. Non sporca le mani, non occupa spazio, non lascia odore. E allora la domanda non è quale forma sia migliore. La domanda è: che tipo di infanzia porta con sé la nostra lettura?
Per me la risposta è semplice e difficile insieme. I libri sono stati il mio gioco, la mia ricompensa, il mio modo di stare al mondo prima ancora di saperlo spiegare.
E ancora oggi, ogni volta che apro una pagina – fisica o digitale – cerco, senza accorgermene, quella stessa sensazione: essere scelta, attraverso una storia.



