Una riflessione sul nichilismo dei giovani nell’età contemporanea
Nell’era moderna, caratterizzata dal dominio dell’efficienza, dalla produzione incessante di beni, dalla frenesia e dall’onnipotenza della tecnologia, c’è un problema di enorme importanza che continua a passare in cavalleria: il nichilismo dei giovani.
Nichilismo, in questo caso, inteso come la perdita di senso.
Con i giovani che si ritrovano in un mondo, quello attuale, scarno di valori, privo di etica e senza una guida morale.
Giovani che, in questo caso, sono privi di colpe, perché cresciuti in una società plagiata, plasmata e, per gran parte, rovinata dalle generazioni passate.
Una società che vede l’apparato tecnico dominare su ogni valore che sia etico, morale e persino religioso.
Apparato tecnico che ha sovrastato, per certi versi, anche la ragione, con l’essere umano sempre più ridotto a usare il suo acuto intelletto per calcolare, per ottimizzare e per creare altri beni di consumo superflui e, perciò, senza un senso ultimo.
In uno scenario come quello sopra descritto vive la nostra classe giovanile.
Completamente assorbita dal “fare” e con un misero spazio destinato all’“essere”.
Una società che impone, direttamente e indirettamente, ai nostri giovani di produrre, di consumare e di moltiplicare i beni a propria disposizione, riducendo al minimo la possibilità di liberare la mente e pensare, lasciando a loro un mondo ricchissimo di strumenti, ma sempre più povero di significato.
Ecco, è questo che manca ai giovani: un orizzonte di significato.
Una prospettiva futura. La speranza.
Guardando avanti, il futuro ci offre l’idea, sempre più concreta, di una società robotica, guidata da macchine, in cui l’essere umano rischia di diventare addirittura superfluo, se non inutile.
Come può un giovane trovare significato in un mondo che sembra promettere tutto tranne un motivo per cui valga la pena vivere?
A cosa potrà aspirare un giovane contemporaneo nella vita, con lo sguardo rivolto al futuro?
È chiaro che nessuno di noi possiede la sfera di cristallo per sapere nel dettaglio cosa ci accadrà, tuttavia possiamo osservare gli effetti di questi scenari futuri nel comportamento e nel malessere giovanile.
Con l’alcol e le droghe che sono passate da essere atti ricreativi, associati allo svago e al divertimento, a strumenti per sfuggire dalla propria realtà.
Con un apparato genitoriale, anch’esso vittima delle dinamiche sociali, che si ritrova ad avere una soglia d’attenzione ridotta ai minimi storici, problema che, a sua volta, diventa mancanza di ascolto e di dialogo con i propri figli.
Ma purtroppo ormai non c’è tempo neanche per quello, neanche per conversare a cena la sera, con il richiamo dei social media, venduti dai più come gratuiti, che infidamente ci stanno costando i beni più preziosi che abbiamo, come, ad esempio, la nostra attenzione e il nostro tempo.
Attenzione e tempo che vengono a mancare, poi, per l’appuntamento con i nostri figli.
Noi adulti, in questo mi aggrego anch’io, nonostante sia solo un trentaquattrenne, abbiamo delle responsabilità grossissime nei confronti delle nuove generazioni e, in quanto tali, è doveroso che cominciamo ad agire come esempio, mettendo le basi per una nuova etica.
Un’etica in grado di fornire nuovamente speranza alle generazioni future.
Iniziando dalla compassione, che, in un mondo sempre meno umano e sempre più distaccato, può opporsi a quella corrente che, silenziosamente, ci trascina sempre più lontano dalla riva della nostra umanità.
La compassione, che ha il potere di farci vedere l’altro, di farci sentire persino il suo dolore come se lo stessimo vivendo in prima persona. Compassione che porta con sé il dono di unirci emotivamente, connetterci profondamente.
Proprio la compassione, sentimento che ci rende ancora umani e al quale dobbiamo ricorrere, per aiutare i nostri giovani a navigare una realtà sempre più ricca di oggetti, ma sempre più povera di significato…


