Poesia,  Versi erotici

La brace sotto la lingua

Vieni,
appoggia il tuo petto sul mio disordine.

Non contiamo le ore,
lasciamo che il quadrante del mondo
perda i suoi numeri.

Qui,
stretta contro il tuo fianco,
ho capito che il tempo
non è un fiume che scorre:
è un animale lento
che ci lecca la pelle
per trovarne l’osso.

E allora baciami i polsi
fino a stancarti,
bevi il sale che mi nasce
tra le clavicole.
Voglio questa rovina consensuale,
questo collasso d’oro e di brividi.

Non m’importa se fuori la terra invecchia
o se l’alba affila
le sue lame di luce.
Stringimi la schiena
con le tue dita di terra,
scandisci i minuti
premendo sulle mie vertebre,
affonda come un’ancora
nel fondo caldo del mio corpo.

Qui,
insieme a te,
mi lascerei consumare dal tempo,
masticata dalle ore,
ridotta a cenere viva,
mentre i secondi ci rigano i fianchi
come sudore,
purché il mio ultimo respiro
abbia il sale feroce della tua bocca,
purché la mia fine
avvenga dentro la stanza viva
del tuo corpo.

Lascia che i nostri corpi
si facciano pietra,
lascia che il tempo ci scavi
come pioggia sulla roccia,

finché, stanco di divorarci,
ci lasci interi nel buio:
la tua bocca sulla mia,
la brace
ancora viva sotto la lingua.

© 2026 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.

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2 Comments

  • Cristina

    Ci sono poesie che si leggono e poesie che si abitano, questa, per me, appartiene alla seconda categoria.
    Ho trovato molto bella la capacità di trasformare il tempo da semplice misura a presenza viva, quasi tangibile, e di intrecciarlo al desiderio con immagini intense e coinvolgenti. Il finale, con la brace ancora viva sotto la lingua, lascia una sensazione che continua anche dopo l’ultima parola. Complimenti, Alma.

  • Alma Gjini

    Cristina, arrivo tardissimo a risponderti, visto che questo commento è di luglio,
    ma prima o poi torno sempre a raccogliere le parole che mi vengono lasciate 🙂

    Mi è piaciuto molto quel tuo “questa poesia si abita”, perché in fondo non volevo
    raccontare soltanto un desiderio, ma chiudere due corpi dentro un tempo tutto loro,
    fuori dal resto del mondo.
    E quella brace sotto la lingua sì, doveva restare accesa anche dopo la fine.
    Un po’ come certe presenze che, anche quando il verso è finito, continuano ancora a bruciare piano.

    Grazie mille Cristina, anche se con colpevole ritardo.
    Un abbraccio

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