Belfagor De Funebris dichiarava di avere trentacinque anni.
Lo sosteneva nel 1985, nel 2015 e continuava a sostenerlo anche nel 2026 in qualunque modulo burocratico. Nessuno al Louvre avrebbe mai avuto il coraggio o il desiderio di smentirlo: il volto privo di rughe, i capelli nero corvino spennellati di brillantina, i baffetti a matita e gli immancabili guanti bianchi lo rendevano un’apparizione anacronistica ma impeccabile.
Da piccolo sognava di fare l’egittologo, poi, scoperti i costi dell’università, aveva ripiegato sul mestiere più vicino alla fonte: il custode museale, facendosi assumere con il surreale alias di Baltazar Croquemort.
Per Belfagor De Funebris, il settore Antichità Egizie era il paradiso in terra.
Ogni mattina avanzava lungo la Grande Galleria sventolando un piumino di struzzo con grazia sacerdotale, salutando le mummie con un lieve inchino. «Buongiorno, Amenhotep. Ti trovo bene. Ramses, c’è umidità, tirati su le bende.»
La sua non era superstizione, ma genetica applicata: da secoli i De Funebris avevano nel sangue la cura e il culto dei defunti, e Belfagor applicava quell’attitudine in modo maniacale.
Nessuno al museo, però, sospettava la sua eterna giovinezza fosse frutto di un piccolo preparato galenico: scaglie di polvere di mummia da mandare giù con due dita di sambuca.
Quella notte era inginocchiato davanti al sarcofago di Nesyamun proprio per questo. Con la precisione e la delicatezza di un chirurgo estetico, stava grattugiandogli l’alluce con un raschietto da restauro, quando un rumore secco fece tremare l’aria.
CRASH! Seguito da CLING! CLANG!
Era l’eco di una vetrata infranta nella Galleria d’Apollo. Belfagor richiuse al volo la teca, si affacciò dietro una colonna e vide quattro loschi figuri in calzamaglia nera carichi di piedi di porco, torce e sacchi di iuta, avanzare a passo felpato.
Decisamente troppi da affrontare a mani nude, e troppo vicini alla centralina per dare l’allarme. Fu allora che lo sguardo del custode cadde sul carrello dei restauratori: un telo di velluto nero antipolvere, un paio di pattini felpati per tirare la cera, una maschera in gesso di Anubi e due bottiglie di liquido piene a metà.
Sorrise: era tempo di fare un po’ di animazione culturale.
Spense le luci di cortesia, gettando le sale nel buio pesto. I quattro si fermarono di colpo «Parbleau, che succedè alla lumiere?» sussurrò il primo. «Serà un calò de tension, cretèn! Prends le vase canope ed allons‑y!» rispose il capo.
All’improvviso, dal fondo del corridoio, si levò un rantolo gutturale, come di polmoni riempiti di sabbia dopo tremila anni di silenzio.
«Fssssssssssssoooooooohhhhhffffffsssss…»
Il fascio della torcia tremò, intercettando una figura che imponente che sembrava fluttuare a mezz’aria. Belfagor, salito sulle pattine, avanzava silenzioso avvolto dal drappo nero sormontato dal grugno da sciacallo di Anubi.
«G‑garçons… Ce truc… ça flotte! Qui va là?» azzardò il capo, alzando il piede di porco con mano tremante. «Fremez – tuà. Regarde ici, je suis armé! Bien!»
Per tutta risposta, Belfagor spruzzò in alto il detergente alla lavanda, creando un’aura lattiginosa attorno alla maschera, mentre con l’altra mano gettò a terra del lubrificante per ingranaggi.
«Sono Belfagor,» disse in un italiano impeccabile e con la calma burocratica di chi non ripeteva quella battuta da anni. «Il fantasma del Louvre.»
«Un fantasmien italianne? Il est noir, il est blanc.N’est pas possible! Sortons d’ici. Alez! Alez!»
Poi fu un disastro a catena, il primo tentò di fuggire, ma la scarpa trovò l’olio anziché il marmo ed eseguendo una spaccata degna del miglior ballerino di Francia.
Il secondo gli scivolò addosso, perdendo il piede di porco che andò a schiantarsi contro il piedistallo della una statua di un dio minore.
Il terzo, preso dal panico, fece per fare retromarcia ma durante la giravolta fece cadere la torcia: il tappo si aprì e le batterie schizzarono via come topolini impazziti, spegnendola.
Il quarto, cercando di aggrapparsi ai compagni, finì per travolgerli in un vortice di capriole, piroette e rotolamenti sul pavimento ormai irrimediabilmente unto.
In meno di venti secondi, la Galleria d’Apollo sembrò trasformarsi nella pista del più improbabile spettacolo di pattinaggio sincronizzato moderno, tra attrazzi, scarpe, sacchi che si rovesciavano e refurtiva che rotolava in ogni direzione.
Pesti e terrorizzati, i quattro malviventi riuscirono faticosamente a raggiungere una via di fuga, per poi sparire nella notte.
Il giorno dopo, su Le Monde comparve un trafiletto che fece sorridere più di un lettore: si parlava dell’arresto di quattro ladri imbrattati d’olio e in evidente stato di shock, fermati poco lontano dal museo piu famoso di Francia.
Nelle loro deposizioni, raccontavano di «un fantôme avec la tête d’un chacal qui flottait dans le noir» e di «une voix italienne qui sortait du néant».
Ancora oggi, però, tra i saloni del Louvre c’è chi giura di aver visto un’ombra elegante sfrecciare nel buio; e ogni volta che succede, qualcuno accelera il passo, mentre il giovane custode dai baffetti a matita si gode il suo quotidiano bicchierino di sambuca.
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