C’è qualcosa di strano nel linguaggio contemporaneo, passiamo metà della vita leggendo frasi costruite per non lasciare traccia. Mail automatiche, notifiche, comunicazioni condominiali, tutorial, regolamenti, messaggi scritti come se fossero stati dettati da una stampante esausta. Tutto deve essere rapido, chiaro, funzionale, privo di ambiguità, perché l’ambiguità rallenta e costringe a fermarsi.
Poi però basta leggere una vera pagina letteraria, o anche soltanto una frase scritta bene, per accorgersi che il linguaggio umano non era nato soltanto per spiegare le cose.
Esiste una teoria affascinante secondo cui la poesia sarebbe la forma originaria del linguaggio, mentre la prosa sarebbe arrivata dopo, come una specie di addestramento della parola. Prima il ritmo, l’immagine, il canto, poi la frase ordinata, la spiegazione, il ragionamento lineare.
Detta brutalmente: prima l’essere umano guardava il temporale e immaginava un dio furioso nel cielo, poi è arrivato qualcuno a scrivere “perturbazione atmosferica proveniente da nord-ovest”.
E probabilmente entrambe le cose servono, ma non producono lo stesso effetto.
La poesia, allora, non è semplicemente un testo disposto in versi, è il momento in cui la lingua smette di comportarsi bene. Non deve compilare un modulo, non deve dimostrare di essere efficiente, non deve chiarire tutto, può lasciare aperte le immagini, accostare cose lontane, evocare invece di spiegare.
La prosa invece tende a mettere ordine. Organizza, collega, accompagna il discorso da un punto all’altro come un treno che deve arrivare in orario. È indispensabile, naturalmente, senza prosa non esisterebbero romanzi, saggi, articoli o persino le istruzioni per montare un armadio senza perdere la dignità umana. Il problema nasce quando il linguaggio diventa soltanto quello: corretto, efficiente, perfettamente addomesticato.
Perché l’essere umano non pensa davvero in linea retta, pensa per salti, ricordi improvvisi, immagini, paure, ossessioni, associazioni inspiegabili. Basta un odore per far riemergere una persona, basta una stanza vuota per restituire una presenza, basta una frase letta nel momento giusto per restare dentro anni.
Ed è forse qui che nasce la vera letteratura: nel punto in cui la prosa accetta di essere attraversata dal ritmo, dall’immagine e da qualcosa che non può essere ridotto a semplice informazione. I testi che ricordiamo non sono quelli che spiegano meglio il mondo, ma quelli che riescono ancora a farlo respirare.



