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Monica Acito, La carità carnale: i miracoli scomodi della carne

Con “La carità carnale”, Monica Acito torna a raccontare il corpo come pochi oggi sanno fare: non come simbolo elegante, ma come materia viva, ingombrante, affamata, capace di desiderare, soffrire, guarire e far paura.

Dopo Uvaspina, l’autrice prosegue il suo viaggio in un Sud fisico e febbrile, dove la memoria non sta solo nei pensieri, ma nella pelle, negli odori, nei gesti, nella vergogna.
Il romanzo ruota intorno a Marianeve, una ragazza segnata da un dono misterioso e ambiguo: una forma di carità che passa attraverso il corpo e che la rende, agli occhi degli altri, creatura miracolosa, necessaria, quasi sacra, che poi essere considerati santi dagli altri, diciamolo, deve essere una gran seccatura.

Il libro lavora proprio su questa ambiguità. La salvezza non arriva mai pulita, ordinata, spirituale nel senso comodo del termine, arriva impastata di bisogno, desiderio, dipendenza, adorazione.
La carità, qui, non è un gesto astratto: ha peso, temperatura, respiro, e soprattutto ha un prezzo.

Uno dei nuclei più intensi del romanzo è il rapporto tra Marianeve e il padre, Sarchiapone. Lui la ama con una devozione assoluta, quasi animalesca; la vede come qualcosa di grande, di inevitabile, forse perfino più grande di lei, ma un amore così, per quanto tenero, può diventare anche una pressione. Marianeve si trova addosso non solo un dono, ma anche l’attesa degli altri: essere speciale, essere utile, essere salvifica, una bella condanna, confezionata con amore.

Poi c’è Napoli, che nel romanzo non è semplice ambientazione. È corpo anche lei. Inghiotte, amplifica, sporca, illumina. Monica Acito non usa la città come cartolina pittoresca, ma come organismo vivo: vicoli, fame, devozione, superstizione, umori, rumori. Tutto sembra contribuire a trasformare la vicenda privata di Marianeve in qualcosa di più grande, quasi mitico.

Il vero punto di forza resta però la lingua. Acito scrive con una prosa densa, sensoriale, piena di immagini forti. A volte eccede, ogni tanto il romanzo sembra volerci ricordare con una certa insistenza quanto sappia essere visionario. Ma è un eccesso vitale, non decorativo. Meglio una pagina che trabocca di carne, immagini e febbre, piuttosto che l’ennesimo romanzo anemico dove qualcuno guarda fuori dalla finestra e ripensa a un amore finito bevendo tè tiepido.

La carità carnale è un romanzo scomodo perché non separa mai del tutto amore, fede, bisogno e possesso. Racconta il femminile come luogo desiderato, frainteso, invocato, trasformato dagli sguardi altrui. E racconta il miracolo non come luce celeste, ma come qualcosa che nasce dentro la materia più fragile e meno addomesticabile: il corpo.

Alla fine resta l’impressione di un libro che non vuole piacere in modo facile. Vuole lasciare addosso qualcosa: un odore, una febbre, una domanda.
E di questi tempi, per un romanzo, è molto, anzi…moltissimo.

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