I De funebris i Tibet
Narrativa

I De funebris e il viaggio premio in Tibet

Due giorni dopo, Nonna Triplonia, Triplonio e Igor il Boia erano felicemente in viaggio verso Lhasa in Tibet a bordo della M. Airlines.
Dall’altoparlante uscì una voce calma, professionale, quasi rassicurante:
«Gentili passeggeri, la Morituras Airlines vi dà il benvenuto a bordo del volo 249 diretto a Lhasa. Informiamo che, in caso di tornado, incendio, esplosione o altri disastri, siete invitati a usufruire del breviario gratuito selezionando le preghiere più adatte alla circostanza.»
«Compagnia importante. Servizio di gran classe», commentò Nonna Triplonia, allacciandosi la cintura.

Dopo venti ore di volo, grandi turbolenze e fastidiosi mal di testa, all’uscita dell’aeroporto trovarono ad attenderli tre yak pelosi con due portatori dall’aria rassegnata, puzzolenti quanto bastava da scoraggiare ogni domanda o recriminazione.
Furono necessari due giorni di estenuante cammino tra dirupi, vento, sentieri e pietraie prima di scorgere all’orizzonte la sagoma del villaggio di Tashi-Zong, nella sperduta prefettura di Shigatse, incollato alla roccia. Tre case bianche, tozze, con grandi cortili in terra gialla tormentata dal vento, tre orti risecchiti, un cane spellacchiato e nulla più.
Appese alle gronde di legno pendevano strane bandiere di preghiera fatte con decine e decine di dischi scricchiolanti.

All’improvviso, dall’abitazione centrale uscì correndo un omino vestito di arancione sbiadito, con tra le mani una sciarpa bianca svolazzante.
«Tashi delek onorevole zia, carissima parente!»
«Yuan, nipote», rispose lei. «Tashi delek anche a te, e piantala con le smancerie.»
«Che bello vederti per la prima volta. Sei venuta per i nostri onorevoli morti?»
«Sono venuta per te, scimunito, ma già che ci siamo…»

TripYuan Gen sorrise con orgoglio.
«Io sono persona importante qui, sono tomden, gestisco il Dultro del villaggio. È come un camposanto, ma senza tombe e con tanti avvoltoi. L’onorevole antenato Triptering ripeteva sempre: meno pietLe incise, più dignità. E aveva ragione! E poi si risparmia un sacco.»

Triplonia lo osservò meglio.
«Tuo nonno era mica quel Triptering Gen che scappò a Milano?»
«Sì. Lì faceva il cameriere. “I vivi sono più difficili dei moLti, perché i vivi si lamentano e non danno la mancia”, ci scriveva sempre.»
«Buon sangue non mente. Tipica filosofia dei De Funebris fuori sede.»

Poi TripYuan Gen indicò il cielo con aria preoccupata.
«Purtroppo, onorevole zia, qui gli avvoltoi non sono più quelli di una volta. Prima arrivavano puntuali, precisi, come… come si chiamano quelli neri con il cappello?»
«I becchini?»
«Sì, quelli. Al richiamo sacro “Shey, Shey” fanno i capricci: vogliono morti grassi e succosi, se uno è troppo magro, ne lasciano sempre un po’, una volta hanno lasciato un intero gomito.
Se continua così dovrò allargare l’organico a scarafaggi e formiche: almeno quelli non fanno sciopero e non chiedono la pausa pranzo.»

Igor il boia annuì piano; tra professionisti, certe cose si intuivano.
Più tardi raggiunsero il sacro Dultro. Alcuni saprofagi sostavano svogliati sulle rocce, osservando con aria annoiata ciò che restava dell’ultimo defunto.
TripYuan Gen sospirò.
«Vedete onorevole parente? Una volta spariva tutto, adesso fanno gli schizzinosi.»
Rientrando al villaggio, Triplonio, incuriosito, indicò le gronde da cui pendevano fili carichi di strane fette tonde, ognuna incisa con estrema cura.
«Yuan, quelle cosa sono?»
«Sono fette di rape memoriali, onorevole cugino, qui ogni famiglia coltiva un piccolo orto destinato ai defunti. Quando qualcuno muore, si sceglie la rapa più bella e la si affetta, il corpo del defunto va al Dultro per sacro Jhator il “funerale celeste”. Una fetta resa con noi, viene essiccata, incisa con le gesta del defunto e infine riconsegnata alla famiglia.

Alcuni la appendono alla gronda di casa, altri la regalano, quelli più religiosi la affidano a qualche affluente del Ghaghara, i più affamati se la mangiano.»
Uno sguardo sbigottito apparve sul volto dei De Funebris.
«È come una lapide da voi onorevoli parenti, ma più leggera da portare, più digeribile e non costa una fortuna», aggiunse Yuan.
«Da noi litigano per il marmo e i fregi», disse Igor.
«Qui solo per le rape più grosse. Una volta due lontani cugini si sono parlati tramite zucchine e fagioli per sei anni.»
La nonna notò che alcune delle fette erano ancora fresche, quasi dorate; altre invece nere, raggrinzite, ridotte a piccoli medaglioni vegetali.
«Quanto… durano?», chiese.
«Mah, dipende dal clima, dagli yak e dai parenti. L’onorevole nonno diceva che anche il ricordo deve sapere quando andarsene, lui, però, non se ne andava mai, quindi boh.»
«E se marcisce?»
TripYuan Gen scrollò le spalle sorridendo.
«Allora è karma.»

Quella sera, a cena, furono prudentemente evitate le rape: fu invece servito tsampa con tè al burro di yak. Davanti a quella strana bevanda untuosa, gli ospiti ebbero un attimo di esitazione.
«Si beve o si usa per ungere le ruote del carro?», chiese Triplonio.
«Per tutto, onorevole parente, nulla si butta qui da noi», spiegò TripYuan Gen con la soddisfazione di chi cita una massima imparata bene.

Poi prese una sciarpa bianca e gliela porse.
«È la khata, è per un buon viaggio o per un buon funerale, dipende dal vento.»

Nonna Triplonia allora tirò fuori dal borsone il catalogo della Mori Industries.
«Guarda, nipote: questo è il nostro fiore all’occhiello, bare chiare, fregi dorati, maniglie a basso impatto ambientale, cornici leggere.»
TripYuan Gen sfogliò in silenzio.
«Costano molto, immagino, allora devono essere belle davvero. E le maniglie… si possono mangiare?»
«Sono solo biodegradabili.»
«Quanto?»
«Troppo.»
TripYuan si illuminò come se avesse scoperto una nuova forma di vita. Nonna Triplonia gli tolse il catalogo dalle mani prima potesse provare ad assaggiarlo.
«Anche le vostre bare diventano altro?»
«Sì. Minestra per i vermi», aggiunse Igor il Boia.
TripYuan Gen socchiuse gli occhi, già naturalmente socchiusi, rifletté un attimo, poi sorridendo disse:
«L’onorevole antenato diceva la stessa cosa della zuppa del ristorante.»

Al momento di ripartire per l’Italia, caricati gli yak, TripYuan Gen li salutò con un lungo inchino ossequioso.
«Thuk-je-che, onorevoli parenti. Ecco per voi una rapa commemorativa da viaggio, porta fortuna.»

Si salutarono con un calore insolito per i De Funebris.

Dopo altre 26 ore di volo e una decina di preghiere, rientrati tutti in Italia, il rappresentante della Mori Industries li aspettava con il sorriso delle grandi occasioni.
«Allora? Il Tibet le ha dato nuove idee per il settore?»

Nonna Triplonia appoggiò sulla scrivania la fetta di rapa commemorativa.
«Sì.»
«Splendido, quali?»
«Meno fregi, meno maniglie, meno cataloghi.»
Il rappresentante impallidì.
«E più cosa?»
«Più avvoltoi e un corso di formazione.»

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scrivo, disegno, canto

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