Narrativa

La fattoria delle voci

La fattoria delle voci

La fattoria stava ai margini di una collina larga, dove l’erba cambiava colore con le stagioni e il vento arrivava da due direzioni diverse.

Non era un posto perfetto, c’erano buche nel terreno, un vecchio abbeveratoio che perdeva, assi da sostituire nel recinto e un fienile che scricchiolava quando pioveva. Ma era grande, abbastanza perché ogni animale potesse trovare il proprio spazio senza doverlo strappare a qualcun altro.

Le pecore preferivano il prato basso, dove l’erba era morbida e si poteva stare vicine senza urtarsi. Le capre cercavano le pietre e i punti più alti. Le galline occupavano il cortile, convinte che ogni granello di terra nascondesse qualcosa d’importante. Le anatre stavano vicino allo stagno, il vecchio asino amava l’ombra di un fico e parlava poco, mentre il pavone preferiva il centro. Non per cattiveria o per particolare vanità: era semplicemente nato con una coda che sembrava fatta apposta per essere guardata.

All’inizio nessuno ci trovava nulla di strano. La fattoria funzionava proprio perché ognuno la abitava secondo la propria natura. Chi voleva stare insieme stava insieme, chi preferiva allontanarsi saliva verso le rocce, qualcuno parlava tutto il giorno, qualcun altro quasi mai. Le rondini arrivavano con la bella stagione e ripartivano senza salutare, e nessuno chiedeva loro spiegazioni.

Poi, lentamente, qualcosa cambiò. Cominciò da cose piccole, come accade quasi sempre. Una gallina depose un uovo particolarmente grande e cinque animali corsero a guardarlo.

«Bellissimo», disse una pecora.
«Perfetto», aggiunse un’anatra.
Una capra, dalla pietra più alta, sbuffò.
«È un uovo.»

La gallina si offese, la pecora pensò che la capra fosse invidiosa e la capra decise che la pecora fosse sciocca. Il giorno dopo l’uovo non interessava più a nessuno, ma il giudizio era rimasto.

Da quel momento gli animali cominciarono a guardarsi in modo diverso. Non osservavano più soltanto ciò che ciascuno faceva, ma soprattutto chi gli stava vicino, chi mangiava con chi, chi dormiva accanto a chi, chi aveva lodato chi e, soprattutto, chi non aveva detto nulla. Bastava un «Hai visto?» seguito da un «Che cosa?» e poi da un «Ieri era con quelli del fienile» perché un semplice «Ah» diventasse più pesante di molte parole.

Le oche furono le prime a organizzarsi, anche se nessuno nella fattoria avrebbe mai ammesso di appartenere a un gruppo. Sapevano sempre chi avesse detto cosa, a chi e con quale tono. Le capre, invece, iniziarono a riunirsi sulle rocce e a parlare della qualità dell’erba.

«Non basta brucare», sosteneva una di loro. «Bisogna sapere scegliere.»
Dal cortile le galline ridevano.
«Guardale. Adesso vogliono insegnarci anche come si mangia.»

Nel frattempo, il pavone continuava ad aprire la coda ogni giorno, come aveva sempre fatto. Era il suo modo di stare al mondo. Qualcuno, però, cominciò a dire che si mostrava troppo; altri sostenevano che, se tutti lo avessero guardato, una ragione avrebbe dovuto pur esserci. Poi arrivò qualcuno a insinuare che alcune piume non fossero neppure sue.

Quando il pavone lo seppe, rimase per qualche minuto immobile davanti all’abbeveratoio, poi aprì la coda ancora di più.
«Se vi dà fastidio, guardate altrove.»

Fu il momento in cui le cose peggiorarono. Le capre dissero che quella risposta dimostrava la sua arroganza, le galline sostennero che finalmente aveva mostrato carattere, le oche cominciarono a raccontare la scena in versioni leggermente diverse e, nel giro di pochi giorni, metà della fattoria era convinta che il pavone avesse minacciato qualcuno, mentre l’altra metà sosteneva che era stato lui a essere minacciato.

Il vecchio asino continuava a stare sotto il fico. Ogni tanto sollevava la testa, osservava per qualche istante e poi tornava a brucare. Un giorno una giovane pecora gli si avvicinò.

«Tu da che parte stai?»
L’asino la guardò.
«Del prato.»
La pecora rimase interdetta, ma non insistette.

Nel frattempo, erano nati veri e propri territori: lo stagno, il fienile, le pietre, il cortile, perfino l’abbeveratoio aveva i suoi frequentatori abituali. Quando qualcuno attraversava uno spazio che non era considerato il suo, gli altri lo notavano; quando salutava un animale dell’altro gruppo, qualcuno gli chiedeva perché. Una gallina smise di parlare con un’anatra perché l’aveva vista ridere con una capra, una capra decise che non avrebbe più bevuto all’abbeveratoio se prima ci fosse passato il pavone, due oche smisero persino di ricordare cosa avesse dato origine alla discussione, ma continuarono a discutere.

A un certo punto, nella fattoria, nessuno ricordava più perché fosse venuto lì. Le pecore non parlavano più dell’erba, le galline dimenticavano le uova nel nido, le capre passavano più tempo a controllare il cortile che ad arrampicarsi e persino il pavone apriva la coda con meno piacere.

Il fattore se ne accorse una mattina. Fino ad allora aveva osservato tutto senza intervenire, non perché non gli importasse, ma perché pensava che una fattoria, per essere viva, dovesse imparare anche a sopportare le proprie differenze. Quel giorno, però, trovò il prato quasi vuoto e tutti gli animali raccolti davanti al recinto centrale. Una gallina accusava una capra, la capra accusava un’oca, l’oca sosteneva di aver soltanto riferito e il pavone non parlava più.

Il fattore appoggiò il secchio a terra, aprì il cancello interno, poi quello dello stagno e infine quello che portava alle pietre.

«Che fai?» chiese qualcuno.
Il fattore indicò la collina.
«Guardatevi intorno.»
Il prato era lì, lungo e verde, quasi ridicolo nella sua semplicità.

«Vi ho dato abbastanza spazio perché nessuno dovesse togliere il posto a nessuno. C’è lo stagno per chi ama l’acqua, ci sono le rocce per chi vuole salire, il cortile per chi ha bisogno di fare rumore e l’ombra per chi preferisce stare in disparte. E chi ha una coda, se vuole, la apra.»

Qualcuno abbassò gli occhi.
«Non siete obbligati ad amarvi e nemmeno a capirvi. Non dovete mangiare insieme né dormire nello stesso angolo. Potete persino non sopportarvi. Ma non potete trasformare questo posto in un tribunale permanente.»

Il vecchio asino, sotto il fico, aprì un occhio.
«Finalmente.»
Il fattore lo sentì, ma fece finta di niente.

Gli animali si dispersero lentamente. Non accadde nessun miracolo. Le oche continuarono a parlare troppo, le capre continuarono a credere di avere un gusto migliore dell’erba, le galline continuarono a fare molto rumore per ogni uovo e il pavone continuò ad aprire la coda, mentre qualcuno continuava a trovarlo insopportabile. Ma, poco alla volta, tornarono a fare ciò per cui erano arrivati lì.

Qualche giorno dopo la giovane pecora passò vicino al vecchio asino.
«Adesso ho capito cosa volevi dire quando dicevi che stavi dalla parte del prato.»
L’asino mosse appena le orecchie.
«Io sto sempre dalla parte di ciò che continua a crescere mentre tutti litigano.»
La pecora guardò davanti a sé. L’erba, infatti, aveva continuato a crescere per tutto il tempo, senza chiedere a nessuno da che parte stesse.

© 2026 Alma Gjini. Tutti i diritti riservati.


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