Nell’epoca attuale, uno dei metri di giudizio spesso associati all’idea di successo è il concetto di vittoria.
Concetto di vittoria che, soprattutto in ambito sportivo, porta con sé l’inevitabilità del competere e, quando si compete, si sa, si hanno dei vincitori e degli eventuali vinti.
Vi starete chiedendo: e cosa c’è di così sbagliato nel competere? E soprattutto nel vincere?
Assolutamente niente di sbagliato, in quanto un clima competitivo può anche, in alcuni casi, spronare al miglioramento. Tuttavia, quando la vittoria, il risultato finale e la competizione diventano il motore vitale in ogni ambito delle nostre vite, come ad esempio nella nostra vita privata, nel lavoro o addirittura in ambito scolastico, tutto ciò inizia ad avere conseguenze non di poco conto.
Quando iniziamo a vedere la competizione in termini assolutistici, rischiamo di isolarci e prediligere un pensiero individualistico, in quanto il nostro competitor diventa di fatto un nemico da battere. Questo approccio, quindi, rischia di condurci verso un pensiero divisorio e non cooperativo.
Inoltre, spesso il nostro competitor non è rappresentato solo, ad esempio, da un’altra azienda operante nello stesso settore, come in questo caso, ma può anche essere rappresentato da un nostro collega, come ad esempio al lavoro, in un contesto aziendale basato su KPI da raggiungere, su promozioni da ottenere, spesso a discapito di altri, e così via.
La questione diventa ancora più delicata e di particolare interesse se analizziamo anche come questa filosofia della vittoria vada a intaccare il percorso dei nostri giovani studenti. Anche in campo scolastico possiamo osservare dinamiche quasi sportive, con una forte attenzione alle medie scolastiche e quindi alle posizioni in classe o addirittura in istituto.
Alcune ricerche, come il rapporto WHO HBSC, realizzato ogni quattro anni in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per monitorare la salute e il benessere dei giovani in età scolastica, evidenziano un aumento della pressione scolastica rispetto al 2018. Tra i quindicenni, ad esempio, la percentuale di ragazze che dichiarano di sentirsi sotto pressione per il lavoro scolastico è passata dal 54% nel 2018 al 63% nel 2022, mentre tra i ragazzi è passata dal 40% al 43%. World Health Organization
Certo, i fattori coinvolti possono essere molteplici, come i social media, il Covid e altri cambiamenti sociali; tuttavia, l’aumento della pressione scolastica rappresenta un fenomeno che, a mio avviso, merita attenzione.
Naturalmente, la mia tesi non vuole essere assolutistica, bensì un invito alla riflessione su argomenti i quali, anche se in misure diverse, toccano tutti noi da vicino.
Un’alternativa valida da poter adottare per stemperare questa tendenza alla competitività potrebbe essere abbracciare una filosofia volta al miglioramento individuale.
Un miglioramento non necessariamente correlato al paragone, alla competizione o alla sfida con l’altro.
Il migliorarsi coincide comunque con la nostra natura umana dell’andare avanti, del volersi muovere verso una direzione, del porsi degli obiettivi.
Tuttavia, migliorarsi implica di per sé un confronto tra sé e sé. Tra il nostro io di ieri, quello di oggi e quello potenzialmente di domani.
Il migliorarsi, anche facendo piccoli passi, ci permette, tra le altre cose, di vivere la vita con un maggior senso di leggerezza, continuando comunque la nostra ricerca verso il progresso e, per certi versi, anche verso la vittoria, ma senza necessariamente sconfiggere nessun altro.
A questo punto, la domanda interessante da porsi non è tanto se sia meglio vincere o migliorarsi, ma cosa scegliamo di considerare una vittoria.
Perché, se per vincere abbiamo sempre bisogno di qualcuno da sconfiggere, saremo inevitabilmente dipendenti dal confronto con gli altri.
Se invece iniziassimo a considerare una vittoria anche il semplice essere diventati qualcosa in più rispetto a ciò che eravamo ieri, potremmo continuare a competere, a crescere e ad ambire, senza trasformare necessariamente chi ci sta accanto in qualcuno da battere.
A quel punto, migliorarsi sarebbe già una forma di vittoria.
NOTA REDAZIONE – DA CANCELLARE
Il pezzo è chiaro e ben strutturato.
Prima della pubblicazione rivedrei solo alcune ripetizioni (“vittoria”, “competizione”, “migliorarsi”) e accorcerei qualche frase un po’ troppo lunga o macchinosa.
La fonte WHO va bene; nel link toglierei soltanto la parte finale
Il finale invece funziona bene e lo lascerei quasi com’è.
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