Rileggo spesso La casa degli spiriti. È uno di quei libri a cui torno sempre volentieri, come si torna in una casa conosciuta.
Lo possiedo sia in italiano sia in albanese e, ogni volta che lo riapro, ho la sensazione di entrare in qualcosa che mi appartiene da sempre.
Questa volta, però, tra le pagine del romanzo di Isabel Allende non ho ritrovato soltanto Clara o la famiglia Trueba. Ho ritrovato mia nonna Mrike.
Ci sono libri che raccontano storie lontane. Altri che, senza accorgertene, ti riportano dentro la tua. Mia nonna Mrike conservava le fotografie in una vecchia cassapanca di legno. Era pesante, scura, consumata dal tempo. Quando la apriva, il coperchio faceva un suono secco, come se qualcosa si risvegliasse dopo anni di silenzio. Subito arrivava l’odore del legno vecchio e della carta, un odore che oggi associo al tempo chiuso dentro gli oggetti.
Dentro c’erano fotografie in bianco e nero. Volti seri. Uomini in uniforme. Fidanzamenti. Famiglie in posa davanti a case che non ho mai conosciuto. Da bambina le guardavo senza comprenderle davvero. Mi sembravano immagini lontane, immobili, quasi estranee. Non capivo perché mia nonna ci passasse tanto tempo.
Per lei, invece, non erano fotografie. Erano persone. Erano vite. Ogni volta che ne sviluppava una, prendeva una penna e scriveva sul retro. Ricordo ancora quelle parole, semplici e precise:
“Mark Beci soldato.”
“Drane- Maksim fidanzamento.”
“Perlat Matrimonio Gjovalin.”
“Alma – Sokol Estate 1978.”
Non c’era nulla di decorativo. Solo ciò che serviva per non perdere i nomi. Da bambina mi sembrava un gesto inutile, quasi un modo di “interrompere” l’immagine. Non capivo perché si dovesse scrivere sopra qualcosa che sembrava già completo. Solo molto più tardi ho capito che non stava scrivendo per noi. Stava scrivendo contro il tempo. Una volta le chiesi perché lo facesse. Mi rispose senza alzare lo sguardo: «Perché un giorno qualcuno dovrà sapere chi erano queste persone.»
Allora non compresi. Oggi so che era una forma di resistenza. Mia nonna parlava in albanese stretto, pieno di espressioni dialettali, della sua terra e del suo tempo. Molte parole da bambina mi sfuggivano, altre le intuivo dal contesto più che dal significato preciso.
Eppure la capivo lo stesso. Perché non era solo una lingua. Era la lingua dei ricordi. Seduta vicino alla cassapanca, prendeva una fotografia tra le mani e iniziava a parlare.
E da lì si apriva un mondo. Raccontava della guerra. Degli anni della fame. Del cibo che non bastava mai e di come non si buttasse nulla. Raccontava di parenti partiti soldati, di fidanzamenti semplici, di vite spezzate o appena iniziate. Non c’era eroismo nei suoi racconti. Solo realtà. E una dignità silenziosa che allora non sapevo nominare.
Da bambina a volte mi distraevo. Guardavo le foto senza ascoltare davvero. Non capivo perché ripetesse sempre le stesse storie. Oggi mi accorgo che non erano ripetizioni. Erano modi per trattenere ciò che il tempo tende a cancellare. Rileggendo La casa degli spiriti, ho pensato spesso a lei. Nel romanzo, Clara annota eventi, sogni e frammenti di vita nei suoi quaderni. Quelle pagine diventano un filo che attraversa le generazioni, un modo per impedire alla memoria di dissolversi.
Mia nonna non scriveva quaderni. Ma apriva cassapanche. E scriveva ai margini del passato. Non era Clara. Non parlava con gli spiriti. Non prevedeva il futuro. Ma, come lei, aveva scelto di custodire ciò che rischiava di scomparire.
Crescendo ho capito che quello che faceva non era un’abitudine. Era un modo di proteggere le persone.
Di impedire che diventassero solo immagini senza nome. Di tenere insieme ciò che la vita separa.
Oggi viviamo circondati da fotografie digitali. Scorrono veloci, si accumulano, si perdono in archivi che raramente riapriamo. Abbiamo più immagini di quante riusciamo davvero a ricordare.
Mi chiedo spesso cosa penserebbe mia nonna di tutto questo. Forse prenderebbe comunque una penna. E scriverebbe sul retro di uno schermo invisibile.
Perché aveva capito qualcosa che io ho compreso soltanto molto più tardi. Che i nomi sono fragili. E che senza qualcuno che li trattenga, il tempo li cancella senza rumore.
Per questo, ogni volta che chiudo La casa degli spiriti, penso a lei.
Non perché somigliasse a un personaggio del romanzo. Ma perché la sua vita, senza saperlo, aveva già raccontato la stessa verità.
Chiudo la cassapanca. Il legno scricchiola. E per un attimo resta il silenzio, insieme a tutti quei nomi scritti a mano che ora ricordo chi erano grazie a nonna Mrike.



