Non è il rumore a fare la storia,
ma il vetro quando smette di vibrare
e la moka sul fuoco che tossisce a secco,
mentre il quartiere lucida i cerchioni
e il lunedì mastica i suoi ritardi.
Hanno detto: raptus, troppo amore,
parole strette come bende
su una ferita che nessuno osa guardare.
Ma l’amore non lascia chiavi nella toppa
né strappa fiori appassiti dal linoleum.
L’amore non è questo censimento di lividi
che la polvere ricopre come mano distratta.
Rimane la tua impronta sul telecomando,
il rossetto sulla tazza,
il bucato umido che aspetta nel cestello
come un tempo sospeso tra due respiri.
La lista della spesa sul frigo
corre ancora verso il pane,
mentre le tue scarpe restano vicine,
punte rivolte alla porta che non si è aperta.
Sei diventata un trafiletto,
un margine di cronaca.
Hanno trovato il letto rifatto a metà,
una piega interrotta, un gesto sospeso.
Non ci sono piatti rotti a terra:
solo questo ordine che fa paura.
Il vicino si scusa e dice
che parevate felici,
perché il male ha sempre le scarpe pulite
e saluta per primo
nel perimetro dell’ascensore.
@Alma Gjini




3 Comments
Cristina
C’è un modo di raccontare il dolore che non urla, non accusa, non spiega. Questo testo lo conosce bene: preferisce il bucato fermo nel cestello a qualsiasi requisitoria, le scarpe con le punte verso la porta, a qualsiasi sentenza.
La poesia entra nella stanza dopo, quando il silenzio ha già detto tutto, e raccoglie gli oggetti come fa chi non riesce ancora a buttare via niente.
Non c’è retorica, non c’è indignazione in servizio permanente effettivo, c’è qualcosa di più raro: la pazienza di guardare.
La chiusura fa quello che la cronaca non sa fare: il male ha le scarpe pulite e saluta per primo nell’ascensore. Una riga che non si dimentica facilmente.
La tua scrittura è una magia, Alma.
Alma Gjini
Grazie, Cristina.
Hai attraversato questi versi con uno sguardo così attento da farmi sentire quasi osservata mentre li scrivevo. Credo anch’io che esista un dolore che non sopporta né proclami né sentenze, e che finisca per depositarsi sulle cose più ordinarie, lasciando lì la propria traccia silenziosa.
Mi piace molto quella tua immagine della poesia che entra nella stanza dopo. Forse è proprio lì che provo a stare quando scrivo: non nel momento dell’urto, ma in quello che resta, tra gli oggetti che continuano a custodire una presenza e una storia.
Ti ringrazio per la profondità della tua lettura e per la generosità con cui hai accolto non solo queste parole ma tutto quello che scrivo e non è mai cosi scontato.
Grazie infinite!
Cristina
Sei un tesoro 🙂
Dimenticavo, se non riesci a inserire le immagini ( i link sono gli indirizzi tipo: https ://escucyzxapippo.it/natura..ecc) puoi lasciare -appunto 🙂 il link- nel PUNTO D’INCONTRO,la chat del sito dedicata alle comunicazioni.
Poi lo inseriamo noi.