La disabilità nella fantascienza è spesso raccontata nelle storie, nei romanzi e film come qualcosa da superare.
L’idea per questo articolo mi è venuta osservando tre opere molto diverse tra loro: un fumetto diventato serie televisiva, un romanzo di fantascienza e un film. È interessante notare come la disabilità nella fantascienza venga quasi sempre trasformata in potere o compensazione, invece di essere accettata come parte dell’esperienza umana. Eppure tutte e tre raccontano la stessa cosa.
Daredevil è cieco, ma sviluppa sensi straordinari. Paul Atreides, in Dune Messiah, nei libri di di Frank Herbert, perde la vista da un’arma chiamata stone burner, ma continua a percepire il mondo grazie alla prescienza. Jake Sully, il protagonista di Avatar, è un ex marine paraplegico che ritrova un corpo agile e perfettamente funzionante.
A questo punto mi sono posta una domanda: perché la fantascienza ama così tanto la disabilità e, allo stesso tempo, sembra avere il bisogno di correggerla?
Attenzione: non sto dicendo che questi personaggi siano scritti male, anzi, il loro successo dimostra il contrario. Il punto è un altro: la disabilità raramente viene lasciata esistere da sola, quasi sempre arriva una compensazione, un senso straordinario, una capacità soprannaturale, una tecnologia avanzatissima. Come se il limite umano, da solo, non fosse sufficiente a sostenere una storia.
Questa dinamica mostra quanto la disabilità nella fantascienza sia spesso trattata come un limite da “riparare”, più che come una condizione da raccontare. È una tendenza curiosa, perché la fantascienza è il genere che più di ogni altro esplora l’essere umano e le sue possibilità, eppure sembra faticare ad accettare la fragilità senza trasformarla in qualcosa di eccezionale.
Forse questa abitudine racconta qualcosa di noi. Forse siamo noi lettori a sentirci a disagio davanti a un limite che non viene superato. Forse ci rassicura pensare che ogni perdita possa essere compensata da un dono.
Eppure esiste un’altra possibilità narrativa: personaggi che non debbano essere riparati per diventare interessanti. Perché la fragilità non è un difetto della condizione umana, ne fa semplicemente parte.
Ceristina D.
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