Questa non è una normale biografia di Cristina Campo.
Non credo, anzi, che lei avrebbe amato le bio, quelle che nel giro di poche righe ti dicono dove sei nato, cosa hai pubblicato e quali persone hai frequentato.
Non credo che Cristina Campo avrebbe amato le biografie, quelle che nel giro di poche righe ti dicono dove sei nato, cosa hai pubblicato e quali persone hai frequentato.
Lei, probabilmente, avrebbe trovato tutto questo insufficiente.
Alcune persone non si raccontano per eventi, ma per dettagli, e Cristina Campo era una donna di poesia e di dettagli.
Il suo vero nome era Vittoria Guerrini, ma a un certo punto lo cambiò per abitare il mondo. Cristina Campo. Due C che si rincorrono con discrezione, un nome che sembra esistere da sempre e che, in una donna tanto sensibile alla musicalità delle parole, difficilmente appare casuale.
Non era una scrittrice amante della scena, anzi, l’eccessiva attenzione sembrava infastidirla.
Preferiva le soglie, quei luoghi intermedi in cui le cose stanno per diventare altro.
Forse è anche per questo che amava le fiabe. Non le considerava racconti per bambini, ma mappe segrete della realtà. Dentro Andersen, il folklore russo e le tradizioni orientali cercava ciò che sfugge agli sguardi frettolosi: simboli, passaggi, significati nascosti.
Anche il suo corpo, in un certo senso, le insegnò a vivere così.
Una cardiopatia congenita l’accompagnò fin dall’infanzia, imponendole un rapporto diverso con il tempo. Dove altri correvano, lei rallentava, dove altri accumulavano, lei sceglieva.
La lentezza non era una rinuncia, ma un metodo.
Questo spiega molte cose. Anche il fatto che tradurre, per lei, fosse un atto quasi sacro. Una parola non era mai soltanto una parola, ma un equilibrio fragile da preservare.
Poteva soffermarsi a lungo su una singola sfumatura, perché tradurre non significava trasportare un testo da una lingua all’altra, ma custodirne il respiro.
Spiega anche il suo rapporto con le persone.
Le amicizie erano poche, profonde e assolute. Non era una donna da conversazioni di circostanza, chiedeva molto, forse perché dava molto.
Poi c’era Roma.
Non so come fosse realmente la sua casa a Roma ma, mi piace immaginarla circondata da libri, silenzio e attenzione ai dettagli. Non un rifugio elegante, ma uno spazio coerente con il suo modo di stare al mondo.
Negli ultimi anni emerse anche un lato meno raccontato: una donna capace di difendere con ostinazione le proprie convinzioni religiose e culturali, fino a esporsi pubblicamente quando riteneva che qualcosa di importante stesse andando perduto.
Più la si osserva, però, e più si capisce che l’aggettivo “eterea”, così spesso associato a lei, è forse il più ingannevole.
Cristina Campo era concretissima; dava importanza a cose che oggi sembrano invisibili, come l’attenzione, il silenzio, la precisione, l’attesa, per questo continua a sfuggirci.
Perché non era una donna fuori dal mondo, ma una donna fuori dal rumore del mondo.
Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,
su acutissime lamine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…
da La Tigre Assenza




