foto colorata di Sylvia Plath
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Il nome di Sylvia Plath

C’è chi cita nome di Sylvia Plath per fare colpo, chi la mette in bio con un cuore nero, chi la usa per darsi un tono tragico, estetico, vendibile.

Nel tempo la Plath è diventata suo malgrado, una maschera da indossare, un filtro viola per foto malinconiche, un nome-totem che ormai serve più a chi lo pronuncia che a chi lo ha portato.
Ma Sylvia, Sivvy come amava farsi chiamare, non era un’icona, era una voce, tagliente, viva, lucidissima. Aveva una rabbia pulita, una dolcezza pericolosa, una mente che brillava come ghiaccio sottile.
E scriveva non per esibire il dolore, ma per aprirlo, come si apre una ferita per far uscire il veleno.
Chi oggi usa il suo nome come un oggetto decorativo non la ascolta, non l’ha letta davvero, non ha sentito il rumore che fanno le sue poesie quando si spezzano dentro di te.
Io sì.
E per questo, nel 2009, le ho dedicato una poesia, non per spiegarla, non per usarla. Solo per starle accanto.
La lascio qui, così com’era, come un gesto in silenzio, come si lascia un fiore sulla soglia di chi non può più aprire.

A Sylvia

Una sciarpa fatta di pelle
e una spina, a inchiodarti la bocca
per sempre.

Non avrai il perdono di Dio,
non l’avrai quando l’anima avvolta
in veli di catrame si offrirà alla sua metamorfosi.

Vendicativa la notte ti osserva;
le falene sfuggite di mano alla luna
sfarfallano incubi, rancori
preghiere.

L’azzurro nelle vene palpita dolcemente
e ciò che è lieve ghiaccio di febbraio
ti cullerà nel flusso e riflusso.

Di là, ben sigillati
i due piccoli serpenti nuotano nel latte,
troveranno pane in candide scodelle,
domani.

Freddo e muto è l’addio; la tua testa ramata
germina nel forno come un’azalea
sotto la neve

mentre nel crepitio della stanza esplodono
tutte le tue veglie.

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scrivo, disegno, canto

5 Basato su 2 Commenti

2 Comments

  • Alma Gjini

    Cara Cristina

    Non so spiegare bene perché, ma questo pezzo mi ha fatto sentire addosso una specie di verità scomoda. Non quella “letteraria”, ma proprio quella che resta dopo, quando chiudi la pagina.

    Il modo in cui togli Sylvia Plath da qualsiasi estetica facile mi ha colpito. Non la trasformi in un simbolo, non la rendi citazione: la rimetti in una zona viva, anche un po’ disturbante.

    E la poesia finale non la leggo come un omaggio distante, ma come qualcosa scritto da dentro, non da fuori. Come se non ci fosse mai davvero separazione tra chi scrive e ciò che viene scritto.

    Mi è rimasta addosso soprattutto questa sensazione: che certi nomi non dovrebbero diventare immagini, ma restare voci che non si smettono di sentire.

    Un abbraccio
    Alma

  • Cristina

    Grazie Alma.
    In realtà questo testo nasce da una piccola irritazione che negli anni è diventata una riflessione più ampia.
    Mi colpisce sempre quando i grandi autori smettono di essere letti e cominciano a essere usati come simboli, etichette o scorciatoie identitarie.
    Non c’è acrimonia verso Sylvia Plath, anzi. C’è semmai un grande rispetto e il desiderio di restituirle la sua complessità e la sua voce, sottraendola a quell’estetica del dolore che spesso la accompagna.
    Forse è proprio questo che mi infastidisce di più: vedere alcune persone vestire una pelle che non gli appartiene facendo proprio un nome “importante” quasi a mostrarsi “poeti” veri, degni di essere letti.
    Un abbraccio.

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