pensiero-critico e intelligenza artificiale
Attualità letteraria

La fine del pensiero critico?

La grande sfida del pensiero nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

La tecnica, in modo particolare con l’avvento dell’intelligenza artificiale, sta progressivamente e incessantemente impoverendo il nostro linguaggio. Attraverso il nostro linguaggio, noi non solo esprimiamo i nostri pensieri, ma li strutturiamo.

George Lakoff, con i suoi studi, mostra come il linguaggio non serva solo a esprimere i nostri pensieri, ma contribuisca anche a strutturarli.
Ciò significa che, più variegato, ricco e articolato è il nostro linguaggio, più lo saranno i nostri pensieri.
Più parole conosciamo, più saremo in grado non solo di esprimerci, ma anche di pensare meglio.

Vi starete chiedendo: cosa ha a che fare la tecnica e, in particolare, l’intelligenza artificiale con tutto ciò?
Ci sono diversi punti di convergenza tra l’avanzamento tecnologico, il potenziamento tecnico e il preoccupante impoverimento linguistico.
Quello più importante riguarda la neuroplasticità del nostro cervello che, esemplificando drasticamente l’argomento, rinforza o indebolisce i propri circuiti neurali, responsabili di mansioni specifiche, in base all’uso più o meno frequente di questi circuiti stessi.

In altre parole, più pratichiamo deliberatamente una determinata mansione, un atto o una disciplina sportiva, ad esempio, più diventiamo bravi a farlo.
Meno bravi o totalmente incapaci in caso contrario.
Ecco, questo è proprio il punto saliente della riflessione: l’avvento di ChatGPT, strumento (sottolineando marcatamente la parola stessa) assolutamente utile, geniale e illuminante, sta però annichilendo le capacità linguistico-cognitive di tantissime persone.

Capite bene che, ogniqualvolta deleghiamo un atto intellettivo, come scrivere un’email o un articolo, creare un post o un contenuto social e via dicendo, riduciamo, pezzo dopo pezzo, la capacità di saperlo fare autonomamente.
Il rischio diventa ancora più inquietante se poi, alla delega incessante e totale di ogni atto di scrittura e di pensiero, aggiungiamo la poca propensione alla lettura.

Anche in questo caso, la tecnica, pur fornendoci un potenziale alleato, o almeno così ci piace raccontarcela, ci sta progressivamente e, a una velocità fuori dall’ordinario, consegnando le chiavi per una regressione culturale, linguistica e cognitiva di massa, con il famoso romanzo distopico di George Orwell, in 1984, che rischia di tramutarsi in un libro di attualità.

Ed ecco che oggi, più che in qualsiasi altra epoca, la letteratura può rivelarsi il nostro asso nella manica.
La letteratura che, a differenza di una notizia di cronaca che comunica un fatto, ha il potere e il dono straordinario di andare in profondità, concedendoci la possibilità di esplorarci, interrogarci, conoscerci.

Pensate, ad esempio, a una notizia di cronaca che comunica l’uccisione, da parte di un uomo, della sua intera famiglia prima di suicidarsi: ci fa pensare «che tragedia» o ci fa dire «era un folle». Punto.
In questo caso abbiamo recepito la notizia, ma sostanzialmente non abbiamo capito un bel niente della profondità dell’accaduto.
La lettura, invece, di un romanzo come I fratelli Karamazov, di Dostoevskij, ci permette di entrare nella complessità psicologica dei suoi personaggi e magari comprenderne le ragioni, pur non giustificandone gli atti.

Letteratura che, quindi, ha il duplice vantaggio di arricchirci sia linguisticamente che intellettualmente, mantenendo in vita una delle capacità umane più altamente a rischio: il pensiero critico.
Basterà la sola letteratura a contrastare i rischi di questo avanzamento tecnico?

La risposta è probabilmente no. Tuttavia, passare più tempo sui libri, specie dopo aver delegato la stragrande maggioranza delle nostre azioni cognitive quotidiane ad una macchina, qualcosa di buono porterà.

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2 Comments

  • Cristina

    Riflessione interessante e certamente attuale.
    Io credo però che il cervello non ce lo spenga l’intelligenza artificiale: lo spegniamo noi quando decidiamo di non usarlo più.
    L’IA, da questo punto di vista, fa quello che le chiediamo: obbedisce.
    Se viene usata come scorciatoia per evitare di pensare e di “allenare il cervello”, il rischio che descrivi è reale. Ma se la utilizziamo come uno strumento di supporto, continuando a leggere, scrivere, correggere e ragionare con la nostra testa, può diventare un aiuto prezioso, una sorta di Word alla massima potenza.
    Il vero rischio lo corre chi è già incline alla pigrizia intellettuale, non perché abbia meno capacità, ma perché preferisce delegare ogni sforzo ad “altre intelligenze”. In quel caso l’IA, sempre accondiscendente, gli offre semplicemente un modo più veloce per assecondare questa tendenza.

  • Ivan La Mattina

    Assolutamente.

    Io, anche se non si direbbe a giudicare da tutti ‘sti articoli che scrivo sulla tecnica, sono un ammiratore della tecnologia, la uso e ne riconosco i vantaggi.
    Tuttavia, come hai sottolineato tu, il problema nasce dall’uso spropositato che l’essere umano fa della tecnica stessa.
    La mia denuncia è proprio quella: attenzione a questo strumento, ChatGPT, in questo caso, in grado di eseguire quasi ogni task per noi, perché il rischio potrebbe essere proprio il rovesciamento della medaglia, trasformando qualcosa di potenzialmente utile in un’arma di recessione intellettiva.

    Il punto è che magari tu, io, gente non proprio pigra, capiamo l’uso sano di uno strumento così potente e si limita a integrarlo nella propria quotidianità.
    Altra gente, che invece non ha questa comprensione e che prima era obbligata a sforzarsi, per necessità, a scrivere un’email, un messaggio o altro, adesso può semplicemente e completamente delegare tutto a una macchina.
    Risultato? Rischio enorme di regressione di massa.
    Questo è il vero campanello d’allarme, che si collega con le altre mie denunce passate sulla tecnica.
    Tecnica che nasce come strumento per soddisfare dei bisogni umani, ma che finisce con il prevalere sull’uomo stesso.
    Per via, chiaramente, di errori umani.

    Questo scenario è attualissimo, con dati e denunce di esperti del settore AI, ad esempio, che parlano di come l’uomo, per via della mancanza di protocolli di sicurezza nello sviluppo di prototipi AI avanzati, le cosiddette “super intelligence”, rischi di perderne il controllo.
    In altre parole, attualmente stiamo sviluppando cervelli artificiali che saranno di gran lunga più intelligenti di noi e dei quali, continuando in questa direzione, non avremo il controllo nelle nostre mani.

    Tuttavia, questo è un altro argomento vasto; magari ci scrivo una riflessione a parte.

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