Quando la poesia alternativa diventa solo un trucco di scena.
Assurdo essere, ma di non essere no, assurda libertà, assurda
verità, assurdo amore,
essendolo – non essendolo – io lo divengo.
René Daumal
Negli ultimi anni si legge sempre più spesso un certo tipo di poesia che si presenta come sperimentale, alternativa, sottratta, non-lineare, “oltre” la forma tradizionale. In teoria dovrebbe essere una scrittura di frontiera. In pratica, molte volte, lascia l’impressione di un testo che non apre nulla, non rischia nulla e non costruisce nulla.
Il problema non è la difficoltà. La poesia può essere aspra, scarna, persino ostile, e restare poesia. Il problema nasce quando il vuoto viene scambiato per profondità e la sottrazione diventa un alibi.
Quando il minimalismo è solo una scorciatoia
C’è un meccanismo che torna spesso. Si prendono poche parole, le si dispone in verticale, si alleggerisce la sintassi, si elimina quasi tutto il resto, e il risultato viene presentato come “ricerca”.
Ma il minimalismo, quando è vero, è una scelta severa. Richiede precisione, controllo, intensità. Non basta togliere per ottenere tensione. A volte togliere significa solo lasciare un testo senza appigli.
Il minimalismo è una forma. Il vuoto, invece, è spesso un incidente.
L’idea dell’“oltre” usata come scudo
Un altro tratto tipico di questa scrittura è il modo in cui si sottrae al confronto. Quando qualcuno chiede cosa ci sia davvero nel testo, la risposta non entra quasi mai nel merito. Si sposta subito su un altro piano: non devi capire, non devi chiedere, la precisione è borghese, la critica è violenza, l’opera non va spiegata.
Qui il problema non è il rifiuto della didascalia. Nessuno pretende che una poesia venga tradotta in prosa per essere legittima. Il punto è un altro: quando ogni domanda viene trattata come un’offesa, il testo smette di essere una proposta estetica e diventa una posizione blindata.
In quel momento non si sta difendendo la complessità. Si sta evitando il confronto.
Sottrarre non significa eliminare tutto
La sottrazione è una tecnica alta, non un gesto automatico. Ci sono testi ridotti all’osso che mantengono ritmo, corpo, pressione interna, immagine, attrito. In quei casi la rarefazione funziona perché sotto c’è una struttura viva.
Diverso è quando si eliminano insieme immagini, conflitto, suono, rapporto tra le parole, e si lascia al lettore il compito di completare da solo ciò che il testo non regge. L’immaginazione del lettore conta, certo, ma non può sostituire il lavoro dell’autore.
Un testo può lasciare spazio. Non può chiedere al lettore di costruirlo da zero.
La posa dell’alternativo
Il punto più debole di questa “non-poesia” è forse proprio la sua prevedibilità. Vorrebbe sembrare radicale, ma spesso finisce per essere una maniera. Ha il suo lessico, le sue posture, i suoi automatismi. Si riconosce subito.
Più che un’alternativa, diventa un alternativismo: una forma pronta all’uso, rassicurante per chi vuole apparire oltre senza affrontare davvero il peso della lingua.
Il lettore non è il nemico
C’è poi un aspetto curioso. Questo tipo di scrittura mostra spesso un’irritazione implicita verso chi legge sul serio. Chi nota un problema viene percepito come troppo preciso, troppo letterale, troppo rigido. Ma il lettore non è un intruso. È il punto di arrivo del testo.
Se ogni obiezione viene trattata come una prova di ottusità, allora il problema non è il lettore. È la fragilità del discorso che gli viene messo davanti.
Conclusione
La poesia contemporanea può essere scarna, obliqua, difficile, perfino refrattaria. Non è questo il punto. Il punto è che difficoltà e inconsistenza non coincidono.
Quando la sottrazione diventa un rifugio, quando il linguaggio serve più a schermare che a dire, quando il vuoto pretende di essere accolto come profondità solo per posa, allora non siamo davanti a una nuova frontiera della poesia. Siamo davanti a un trucco di scena.
E un trucco di scena, per quanto venga illuminato bene, resta un trucco.
Redazione La via dei poeti


