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Libri che fanno scena: scopri perché leggiamo sempre meno

I libri hanno un problema: non bastano più essere letti. 

C’è un momento preciso in cui ti accorgi che qualcosa è cambiato, è quando vedi qualcuno in un caffè – copertina bella, pagine intonse, sguardo perso nel vuoto – e capisci istintivamente che quel libro non verrà letto. Verrà tenuto, esibito, trattato con la stessa cura riservata a una borsa firmata o a un paio di occhiali da sole particolarmente azzeccati.

Benvenuti nell’era del libro-accessorio, dove leggere è diventato secondario rispetto all’apparire lettori. Un’era in cui scaffali ordinatissimi campeggiano negli sfondi delle videochiamate, in cui i romanzi vengono scelti in base alla copertina (e al colore che fa più scena su Instagram), e in cui la frase “sto leggendo Dostoevskij” può tranquillamente significare che il libro è sul comodino da tre mesi, ancora al primo capitolo.

“Dostoevskij è sul comodino da tre mesi. Ma lo sai che ci sta proprio bene, lì?
Non è colpa di nessuno, o forse è colpa di tutti. Viviamo immersi in un sistema di segnali continui – cosa mangiamo, dove andiamo, cosa ascoltiamo – e i libri sono entrati a far parte di questo vocabolario visivo. Un volume di Toni Morrison in bella mostra dice qualcosa di te. Un tascabile di Sartre con le orecchie alle pagine dice qualcos’altro. Una pila di romanzi rosa sul davanzale dice esattamente quello che vuol dire, e con una certa onestà disarmante che, in fondo, è quasi rispettabile.

Il problema – se di problema si tratta – è che questa estetica della lettura ha preso il sopravvento sulla lettura stessa. I libri più fotografati sui social non sono necessariamente quelli più letti. Le classifiche dei “must read dell’estate” sembrano costruite più per essere condivise che consumate. E il rituale dell’acquisto in libreria – bello, soddisfacente, quasi terapeutico – si conclude spesso in casa, sul ripiano più visibile, dove il libro campeggia fiero e intonso per i successivi diciotto mesi.

Eppure – e qui sta il bello – la gente i libri continua a comprarli, in quantità. Come se da qualche parte, sotto lo strato di performance, ci fosse ancora il desiderio genuino di leggere, o almeno, il desiderio di essere il tipo di persona che legge. Il che non è la stessa cosa, ma non è nemmeno così lontano.

Compriamo libri come si acquistano abbonamenti in palestra: con le migliori intenzioni e una fiducia incrollabile nel sé futuro.”
Compriamo libri come si acquistano abbonamenti in palestra: con le migliori intenzioni e una fiducia incrollabile nel sé futuro – quella versione di noi che avrà tempo, voglia e concentrazione a sufficienza per affrontare le 600 pagine di Tolstoj. Il sé futuro, si sa, è sempre più virtuoso e nel frattempo, il libro fa la sua parte: sta lì, ci ricorda chi vorremmo essere, e aggiunge carattere alla stanza.

C’è poi un fenomeno che merita una menzione d’onore: il book tok, il bookstagram, e tutti quei mondi paralleli dove i libri vengono recensiti, impilati, fotografati con candele accese e tazze di tè fumante. Un’estetica irresistibile – ammettiamolo – che ha avvicinato alla lettura più di quanto qualsiasi campagna ministeriale abbia mai fatto. Sì, molti comprano il libro perché la copertina è rosa cipria e fa tendenza. Ma poi, chissà, magari lo aprono.

Leggere, nella sua forma più pura, è un atto profondamente anti-social: sei solo, in silenzio, dentro la testa di qualcun altro. È l’opposto esatto di tutto ciò che il nostro tempo premia. Eppure resiste, si trasforma, si adatta, si mette in scena – ma resiste, e forse questo è sufficiente. Forse l’importante non è come arriviamo ai libri, ma che ci arriviamo. Anche se la prima mossa è stata una copertina color polvere di stelle che ci ha fermato lo scroll per tre secondi.

Del resto, anche Proust si è fermato su una madeleine. Non è poi così diverso.

Se stai leggendo questo articolo su uno schermo mentre hai un libro aperto sul tavolo che non guardi da venti minuti – benvenuto nel club. Siamo in tanti.

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