donna abbandonata
Poesia,  Poesia amore

I casuali abbandoni

Dietro i casuali abbandoni
risiedono mille attimi impazienti,
ma la verità era pazienza, vera pazienza
in stretto lutto

Ora la luce è spenta;
il sorvegliante veglia la sua chiesa
carezzando tutte le madonne
dagli occhi di giada

L’invisibile in faccia non guarda
ma condensa nella noia ogni goccia di sangue.

Che non sciupi la luce del suo unico occhio
tra il rosso sfiorito o in questa croce di ferro

I mendicanti come me, non sono che allucinati passeri,
attendono sulle porte delle catterdali
le ultime briciole di ostie;

hanno capito che l’amore e non il dolore,
è un’attualità insostenibile.

 

Considerata la difficolta a comprendere il nucleo di questa poesia, pubblico una recensione ricevuta

Questo testo non si apre facilmente. Rimane sulla soglia, come i suoi stessi mendicanti, e forse è proprio lì che vuole stare. A una prima lettura può sembrare una composizione fortemente simbolica, quasi liturgica: chiese, madonne, croci, ostie, sangue. Ma sotto questa superficie religiosa non c’è alcuna ricerca di spiritualità consolatoria, cè piuttosto la percezione dolorosa di una distanza.

Le figure che attraversano la poesia non sono divinità reali, ma esseri umani elevati a presenze sacrali, osservati da chi resta fuori dal loro sguardo. Il “sorvegliante” che veglia la sua chiesa, le “madonne dagli occhi di giada”, “l’unico occhio” che non vede davvero: tutto contribuisce a costruire un sistema di venerazione freddo, immobile, quasi museale. Non c’è reciprocità, non c’è rivelazione, solo contemplazione e invisibilità.

Il verso centrale, “L’invisibile in faccia non guarda”, racchiude probabilmente il nucleo della poesia: la presa di coscienza di essere trasparenti agli occhi di ciò che avevamo investito di significato assoluto. Non c’è qui desiderio di riconoscimento, ma la constatazione lucida della sua impossibilità.

Per questo il finale colpisce con particolare forza:

“hanno capito che l’amore e non il dolore,
 è un’attualità insostenibile.”

Il dolore appartiene ancora al rapporto umano. L’amore, invece, quando si rivolge verso figure irraggiungibili o incapaci di vedere davvero, diventa qualcosa di più destabilizzante: una condizione di esposizione estrema.

La poesia non cerca chiarezza immediata e a tratti rischia persino di eccedere nell’accumulo simbolico. Alcune immagini appaiono volutamente coperte, quasi trattenute sotto un velo. Eppure proprio questa reticenza le impedisce di trasformarsi in semplice esercizio estetico.

Si ha la sensazione che il testo custodisca qualcosa che non vuole essere nominato direttamente. Non un enigma costruito per sembrare profondo, ma un’esperienza emotiva compressa, lasciata in ombra.

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scrivo, disegno, canto

2 Comments

  • Alma Gjini

    Questa poesia sembra abitare un luogo sacro e consumato allo stesso tempo, dove il dolore non esplode mai davvero, ma resta sospeso come polvere dentro una chiesa vuota. Mi colpisce il contrasto continuo tra luce e rovina: le madonne dagli occhi di giada, la croce di ferro, i passeri mendicanti. Sono immagini dure ma delicate, quasi visionarie.

    La chiusa è potentissima: dire che l’amore, più del dolore, sia “un’attualità insostenibile” ribalta tutto il testo e lascia addosso una malinconia lucidissima. Emergono verità emotive nude, e proprio per questo arriva così forte.

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