Jessica aveva venticinque anni capelli biondi, occhi scuri. Dopo il diploma da segretaria lavorava come commessa in un negozio di abbigliamento alla moda, e si considerava una donna moderna.
Lo ripeteva spesso alle colleghe, alle amiche, ma soprattutto a sé stessa, che era l’unica che ascoltava davvero.
«Io non ho bisogno di piacere a nessuno», diceva, poi però passava quaranta minuti a scegliere l’abito per andare al lavoro e altri venti a controllare che non si vedesse che ci aveva messo quaranta minuti.
Per mantenersi in forma frequentava una palestra alla moda, una di quelle che costava quanto una piccola rata del mutuo e in compenso offriva acqua aromatizzata al cetriolo, asciugamani profumati alla magnolia e istruttori che parlavano esclusivamente in inglese, perché la fatica è più sopportabile se te la spiegano in un’altra lingua.
Ci si recava cinque volte a settimana con la scusa della salute; in realtà ci andava per quel suo didietro troppo piatto, onestamente più simile al tovagliere delle Puglie che alle colline lombarde. Una franchezza geometrica che la natura a volte si concede con spietata sincerità. La palestra serviva appunto a renderlo più tonico e i leggings super costosi per renderlo subitissimamente realizzabile.
Capolavoro di ingegneria tessile applicata all’autoinganno, quei pantaloncini imbottiti nei punti strategici, con una cucitura centrale che divideva il posteriore in due emisferi perfettamente simmetrici, trasformavano una superficie sostanzialmente trascurabile in qualcosa di architettonicamente improbabile, ma effettivamente irresistibile.
Lei li chiamava semplicemente «tuta», con la nonchalance riservata alle cose a cui tieni moltissimo ma che preferisci fingere di non notare.
Brando aveva ventinove anni e faceva il magazziniere. Bello, alto, moro, ricciolino, spalle larghe, mascella importante.
Il volto era quello di un fotomodello turco capitato per errore in provincia: zigomi alti, barba di due giorni mantenuta con precisione chirurgica, quell’aria da duro ma fragile che le serie streaming avevano reso pericolosamente popolare.
In mezzo ai pettorali, un addome che sembrava disegnato da un dio guerriero con troppo tempo libero e una fissazione per la geometria euclidea.
Oltre a Topolino e al menu della birreria, non leggeva altro, non si interrogava mai, non aveva opinioni particolari su nulla, tranne per una comune teoria maschile molto strutturata: che le donne fossero cambiate in peggio, erano diverse dalla madre, e non meritassero la sua attenzione se non con un criterio, diciamolo, prevalentemente tridimensionale.
Le esigeva indipendenti, sicure, autonome ma disponibili. Disponibili nel senso più logistico del termine: una donna forte che non avesse bisogno di niente, tranne che di lui, preferibilmente tra le undici di sera e le sette del mattino.
Da sei settimane questi due personaggi si osservavano con insistenza e nonchalance… strategica.
Lei lo vedeva sollevare pesi e immaginava decisione, presenza, un uomo capace di prenotare il ristorante col pensiero e poi passare a prenderla a bordo di un tappeto volante.
Lui la vedeva correre sul tapis roulant agitando quel posteriore geometricamente impeccabile e immaginava esattamente quello che immaginava da sempre, con variazioni minime.
Entrambi stavano per essere delusi in modo spettacolare.
Una sera Jessica decise che il femminismo aveva già fatto abbastanza e che ora toccava a lei raccoglierne i frutti. Lasciò quindi rotolare una bottiglietta di energy drink alla fragola con traiettoria studiata e sguardo innocente.
Brando la raccolse, attraversò la palestra, gliela restituì.
«Scusa, questa è tua?»
«Ciao. Sì. Che sbadata, mi è scivolata. Sono Jessica.» squittì sorridendo.
«Lo so. C’è scritto sul badge dell’armadietto.» replicò lui sicuro di se.
La conversazione da lì in poi precipitò da una scogliera.
Una settimana dopo si ritrovarono a cena in una pizzeria gourmet dove la margherita costava ventidue euro e arrivava accompagnata da una spiegazione storica sul pomodoro San Marzano, portato fin li dentro una cesta, in bicicletta, da contadini lucani.
«Scegli tu», disse Jessica.
«No, scegli tu», disse Brando.
«Ti facevo piu deciso.»
«E io ti immaginavo piu indipendente.»
Seguì un silenzio abbastanza lungo da poterci costruire una cattedrale.
A metà cena Jessica scoprì che Brando telefonava alla madre per qualunque acquisto superiore ai cinquanta euro e che il suo argomento preferito era sé stesso, declinato in tutte le forme grammaticali disponibili.
A metà cena Brando scoprì che Jessica aveva un’opinione irrevocabile su qualunque cosa esistesse nell’universo, ma che al momento di scegliere una pizza era stranamente in difficoltà.
Poi arrivò il conto.
Fu lì che Jessica diede il meglio di sé. Sono una donna moderna, pensò. Autonoma, indipendente, perfettamente in grado di pagare.
Pausa. Però se offre lui è carino. Non me lo aspetto, ma apprezzerei. C’è differenza. Sono femminista, non masochista. E poi ha voluto venire anche lui. E poi, in fondo…
Guardò il conto. Guardò Brando. Guardò di nuovo il conto e sorrise. Vediamo cosa fa.
Brando non fece nulla. Stava aspettando che lei insistesse per dividere, come si addiceva a una donna forte e indipendente, concetto che trovava irresistibile in teoria e tremendamente conveniente in pratica.
Divisero, con il sollievo di chi firma una resa.
«Bella serata», mentì Jessica.
«Sì, molto», mentì Brando.
Non si rividero mai più.
Lei spiegò alle amiche che lui era troppo passivo.
Lui spiegò agli amici che lei era troppo complicata.
Nessuno dei due si fermò un momento a chiedersi cosa avesse cercato davvero: sarebbe stato scomodo, e avevano entrambi di meglio da fare.
La verità era semplice ma non interessava a nessuno.
Jessica si era innamorata dei pettorali.
Brando, dei leggings imbottiti.
I pettorali erano autentici.
I leggings avevano ingannato chiunque li avesse guardati.
In fondo, una storia d’amore perfettamente moderna.



