Prima dell’era Furio, prima di Skyfall, prima del secondo dito e delle prove trasformate in addestramento psicomotorio, per le B-Roll Girls ci fu l’era Pia, la precedente maestra con il suo digiuno intermittente.
La maestra Pia, una quarantacinquenne riccia, rossa di capelli, secca, perfettina, salutista, pudicissima, germofobica quanto basta per guardare una sedia comune come una minaccia biologica, è stata la nostra maestra di coro per quasi vent’anni. Nella sua perfezione era disordinatissima, soprattutto negli spartiti e probabilmente anche nei pensieri.
Però era brava, più che brava: molto preparata, colta, scrupolosa, apparentemente sicura di sé, capace di sentire una nota storta anche se nascosta sotto tre soprani e un contralto intonato.
Sbadata, questo sì: dimenticava sempre qualcosa. Oggi una matita, domani uno spartito, dopodomani il diapason.
In tutti quegli anni non le avevamo mai sentito dire una parola fuori posto. Neppure un’imprecazione piccola‑piccola da traffico leggero o pianola che non si accende. Lei apparteneva a una categoria umana superiore, alimentata da educazione, disciplina e tè. Tanto tè.
Ogni lunedì praticava il digiuno intermittente: niente cibo, solo liquidi o, al massimo, una mela, ma piccola.
Noi, che alla salute ci tenevamo ma anche alla cena, avevamo sviluppato una teoria alternativa: forse il digiuno faceva bene a lei, ma non necessariamente a chi le stava intorno.
Quella sera la mia amica Sissi ed io arrivammo alle prove in via Kennedy, un po’ in ritardo.
La sala stava dietro la palestra della scuola, di fronte al campetto di calcio comunale, in una di quelle stradine tranquille piene di villette bianche dai giardini curati, dove il massimo evento poteva essere un pallone finito sotto un’auto.
Quella volta, invece, trovammo un SUV rosso metallizzato, nuovo di zecca, piazzato in mezzo alla strada con la portiera del guidatore spalancata, come se il proprietario avesse deciso che il mondo finiva lì o fosse stato rapito dagli alieni.
Ci avvicinammo e, prima ancora di capire, sentimmo una voce femminile urlare:
«MALEDUCATO! Lei mi ha rubato il parcheggio. Quello è il mio posto!»
Sissi ed io ci guardammo: la voce era familiare, il contenuto decisamente no.
Pia, la donna del tè, delle mele, dell’educazione a ogni costo e in ogni situazione, stava inveendo contro l’allenatore della squadra di calcio che si stava allenando.
Lui tentava invano di calmarla con la pazienza di chi ha scelto il mestiere sbagliato.
«Signora, qui può parcheggiare solo il pulmino degli atleti, vede il cartello?»
«MINCHIONE! Chi si crede di essere. Solo perchè è un uomo? Come si permette! Lei è un CAXONE MINCHIA io parcheggio qui ogni lunedì da dieci anni!»
«Signora, si calmi, il cartello è lì da dodici.»
Non era quello il momento per una precisione amministrativa.
«Ah sì? Caro lei, se crede di spaventarmi, sa cosa faccio io?» aggiunse aumentando il volume.
«Lascio la mia auto lì, in mezzo alla strada, e vediamo che succede. Sposti quello stupido pulmino, CAXONE e mi faccia parcheggiare!» continuò agitando gli spartiti.
L’allenatore aprì la bocca, la richiuse. La riaprì, la richiuse. Era un uomo che stava rivalutando le sue scelte di vita.
Intanto dalla sala erano uscite anche altre dieci coriste, richiamate da urla più simili a un allarme antincendio che a una maestra di coro. Si disposero in semicerchio ma a distanza di sicurezza, con l’istinto di chi assiste a qualcosa di epico che non può fermare, solo testimoniare.
Una tentava di prenderla sottobraccio, un’altra sussurrava: «Su, maestra, si calmi, lasci perdere, venga, entriamo. Andiamo via».
Le altre sorridevano a bocca stretta con l’espressione di chi vorrebbe spiegare tutto ma non sa da dove cominciare.
Niente.
Era come tentare di fermare un uragano con un fazzoletto.
Nel giro di pochi secondi, tra noi prese forma la teoria più accreditata: quella valanga di insulti non era dovuta al parcheggio né al pulmino, men che meno all’allenatore. No, il vero responsabile era il digiuno del lunedì.
Nessun essere umano dovrebbe affrontare un conflitto territoriale alimentandosi solo a tè e bocconi di mela.
Poi cadde un silenzio di tre secondi, il tipo di silenzio che precede l’irreparabile.
Dal fondo degli spogliatoi, tra il vociferare degli atleti e lo scroscio delle docce, arrivò una voce maschile anonima, lapidaria:
«Signora, più CAXO e meno parole!»
Fu la fine.
Nessuna di noi resistette. Scoppiammo a ridere tutte insieme, non una risatina educata, ma una risata collettiva, silenziosa, trattenuta, di quelle più simili a un sibilo ripetuto sss… ssss… sss… sss che distrugge ogni tentativo di dignità.
Con molta fatica riuscimmo a trascinarla via come si ripara in porto una barca ammaccata dopo la tempesta.
L’allenatore se ne andò e tornò la pace. Per qualche minuto pensammo fosse finita.
Ci sbagliavamo.
Rimase seduta il tempo necessario a dimostrare che il suo spirito era ancora là, accanto al suo SUV rosso.
Si alzò, raccolse la cartelletta sfasciata, il thermos del tè, il torsolo di mela e uscì dalla sala.
Passò accanto al pulmino, cocciutamente al suo posto, e si avviò a passo spedito verso l’auto.
Salì con la dignità di una regina sconfitta ma non doma. Mise in moto e se ne andò sgommando.
Le prove saltarono: quel lunedì non cantammo una sola nota.
Noi, a distanza di anni, ce la ricordiamo ancora. Perché un coro non è fatto solo di voci e spartiti: è fatto anche di lunedì sera inspiegabili, di parcheggi occupati, di teorie sussurrate e di donne apparentemente perfette che, almeno una volta nella vita, scoprono di custodire un uragano dove nessuno avrebbe mai pensato.
P.S. La storia è vera, parola per parola. Solo i nomi, per ovvi motivi, sono stati modificati.
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