la maestra pia dei capelli rossi
Narrativa

Il parcheggio occupato e il digiuno intermittente

Prima dell’era Furio, prima di Skyfall, prima del secondo dito e delle prove trasformate in addestramento psicomotorio, per le B-Roll Girls, ci fu l’era Pia, la precedente maestra con il suo digiuno intermittente.

La maestra Pia era una 45 enne riccia, rossa, secca, sempre composta, perfettina, germofobica quanto basta per guardare una sedia comune come una minaccia biologica. Nella sua perfezione era disordinatissima, soprattutto negli spartiti e probabilmente anche nei pensieri.

Però era brava, più che brava: preparata, colta, scrupolosa, sicura di se, capace di sentire una nota storta anche se nascosta sotto tre soprani e un contralto intonato.
Sbadata, questo sì: le mancava sempre qualcosa. Oggi una matita, domani uno spartito, dopodomani il diapason,
In quindici anni non le avevamo mai sentito dire una parola fuori posto. Neppure un’imprecazione piccola-piccola da traffico leggero o pianola che non si accende. Lei apparteneva a una categoria umana superiore, alimentata da educazione, disciplina e tè. Tanto tè.

Ogni lunedì praticava il digiuno intermittente: niente cibo, solo liquidi o, al massimo, una mela,  ma piccola.
Noi, che alla salute ci tenevamo ma anche alla cena, avevamo sviluppato una teoria alternativa: forse il digiuno faceva bene a lei, ma non necessariamente a chi le stava intorno.
La mia amica Sissi e io, quella sera  arrivammo alle prove in via Kennedy, un po’ in ritardo.
La sala stava dietro la palestra della scuola e di fronte al campetto di calcio comunale, in una di quelle stradine tranquille piene di villette bianche dai giardini curati, dove il massimo evento della serata poteva essere un pallone finito sotto un’auto.

Quella volta invece, trovammo un SUV rosso nuovo di zecca piazzato in mezzo alla strada con la  portiera del guidatore spalancata, come se il proprietario avesse deciso che il mondo finiva lì o fosse stato rapito dagli alieni.
Ci avvicinammo  e prima ancora di capire, sentimmo una voce femminile urlare:
“Lei è un CAXONE MINCHIA! Un MALEDUCATO! Quello è il mio parcheggio.”
Sissi ed io ci guardammo: la voce era familiare, il contenuto decisamente no.

Pia, la donna del tè, delle mele, della compostezza, dell’educazione stava inveendo contro l’allenatore della squadra di calcio che stava scendendo in campo.
Lui tentava invano di calmarla con la pazienza di chi ha scelto il mestiere sbagliato.
“Signora, qui è vietato parcheggiare, vede il cartello?”
“MINCHIONE chi si crede di essere, come si permette! Io parcheggio qui ogni lunedì da dieci anni!”
“Signora, si calmi il cartello è lì da dodici.”
Non era il momento per la precisione amministrativa.

“A si ? Sa cosa faccio io? adesso lascio l’auto lì in mezzo alla strada e vediamo lei che fa. Sposti quello stupido pulmino CAXONE!” Continuo agitando gli spartiti.
L’allenatore aprì la bocca, la richiuse. La riaprì, la richiuse. Era un uomo che stava rivalutando le sue scelte di vita.
Intanto dalla sala prove erano uscite anche le altre dieci coriste, richiamate da urla più simili a un allarme antincendio che a una maestra di coro. Si disposero in semicerchio ma a distanza di sicurezza, con l’istinto di chi assiste a qualcosa che non si può fermare, solo testimoniare.

Una tentava di prenderla sottobraccio, un’altra sussurrava: “Su, maestra, si calmi, venga, entriamo. Andiamo via”.
Le altre sorridevano a bocca stretta con l’espressione di chi vorrebbe spiegare tutto ma non sa da dove cominciare.
Niente.
Era come tentare di fermare un uragano con un fazzoletto.
Nel giro di pochi secondi, tra noi prese forma la teoria più accreditata: quella valanga di insulti non era dovuta al parcheggio né al pulmino, men che meno all’allenatore. No, il vero responsabile era il digiuno del lunedì. Nessun essere umano dovrebbe affrontare un conflitto territoriale alimentandosi solo a tè e bocconi di mela.

Poi cadde un silenzio di tre secondi, il tipo di silenzio che precede l’irreparabile.
Dal fondo degli spogliatoi arrivò una voce maschile, anonima, lapidaria:
“Signora, più caxo e meno parole!”
Fu la fine.

Nessuna di noi resistette. Scoppiammo a ridere tutte insieme, non una risatina educata, ma una risata collettiva, silenziosa, trattenuta di quelle più simili ad un sibilo ripetuto sss.. ssss… sss… sss ma che distrugge ogni tentativo di dignità.

Con molta fatica riuscimmo a trascinarla dentro la sala prove, come si riporta al porto una barca ammaccata dopo la tempesta.
Per qualche minuto pensammo fosse finita.
Ci sbagliavamo.
Rimase seduta il tempo necessario a dimostrare che il suo spirito era ancora là fuori, accanto al suo SUV rosso.
Poi si alzò, raccolse la cartelletta sfasciata, il thermos del tè, il torsolo di mela e uscì.

Passò accanto al pulmino orgogliosamente al suo posto e si avviò a passo spedito verso l’auto.
Salì con la dignità di una regina sconfitta ma non doma, mise in moto e se ne andò sgommando.
Le prove saltarono: quel lunedì non cantammo una sola nota.
Noi, a distanza di anni, ce la ricordiamo ancora. Perché un coro non è fatto solo di voci e spartiti: è fatto anche di lunedì sera inspiegabili, di parcheggi occupati, di teorie sussurrate e di donne apparentemente perfette che, almeno una volta nella vita, scoprono di custodire un uragano dove nessuno avrebbe mai pensato.

Ps la storia e vera, parola per parola. Solo i nomi, per ovvi motivi sono stati modificati

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scrivo, disegno, canto

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