tre haiku originali sulla natura
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L’haiku che non è un haiku

Haiku:  ovvero cosa succede quando contiamo le sillabe di una lingua che non ne ha

Da quelche tempo è scoppiata l’epidemia dell‘haiku.
Gruppi, concorsi, raccolte, manuali, migliaia di persone che ogni giorno si siedono, contano fino a cinque, poi fino a sette, poi di nuovo fino a cinque, e pubblicano il risultato chiamandolo haiku, con la stessa soddisfazione di chi ha rispettato una dieta a punti.
Il problema è che il giapponese non funziona così.
La lingua giapponese non usa sillabe nel senso in cui le intendiamo noi, usa le “morae”, unità fonetiche più brevi e più precise, che non corrispondono al nostro modo di scandire i suoni. Il famoso schema 5-7-5 si riferisce a quelle, non alle sillabe italiane, quindi quando contiamo “pri-ma-ve-ra” e crediamo di star facendo la stessa operazione che faceva Bashō, mentre stiamo facendo qualcosa di completamente diverso.
È come se Hulk provasse a indossare un kimono. Può tentare, ma il risultato potrebbe non essere cio che ci si aspetta.
E non è solo questione di fonetica.
L‘haiku tradizionale è un sistema, non una misura. Contiene il “kigo”, il riferimento stagionale obbligatorio che inserisce il testo in un calendario simbolico condiviso da secoli di cultura giapponese. Contiene il “kireji“, la “parola di taglio” che crea una frattura interna al testo, una tensione tra due immagini che non si spiegano ma si illuminano a vicenda. Contiene un rapporto con la natura che non è decorativo né sentimentale, ma quasi ontologico.
Niente di tutto questo si impara contando fino a diciassette.
Prendiamo il più famoso haiku della storia, quello della rana di Bashō:

古池や 蛙飛び込む 水の音
furuike ya / kawazu tobikomu / mizu no oto
il vecchio stagno / una rana si tuffa / suono dell’acqua

In giapponese si legge in una direzione, si vede in un’altra , i kanji portano significati visivi che la trascrizione fonetica cancella. Il “ya” dopo “vecchio stagno” è il kireji: un suono intraducibile che taglia il verso e crea silenzio prima che la rana salti. Nella versione italiana non c’è nessun “ya”, c’‘è un trattino se va bene, molto piu spesso niente niente.
Cosa rimane allora dell’haiku in italiano?
Tre versi brevi, espesso nemmeno quelli, a giudicare da certa produzione corrente.
Non si tratta di purismo, si tratta di onestà intellettuale. Scrivere poesie brevi ispirate all’haiku è legittimo, alcune sono persino belle ma chiamarle haiku è come chiamare tiramisù un budino al caffè: si capisce l’intenzione, ma qualcosa di fondamentale è andato perso per strada.
La vera eredità dell’haiku non sta nel conteggio ma nello sguardo: quell’attenzione assoluta all’istante presente, alla cosa concreta, al dettaglio che apre improvvisamente su qualcosa di più grande. È una pratica prima ancora che una forma.
E quella, volendo, si può imparare anche senza contare fino a cinque.
Ma richiede molto più lavoro di uno schema metrico.

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