Le parole non sono solo segni da leggere. Hanno bisogno di un luogo in cui mettere radici
Nei cassetti di un vecchio comò conservo decine di quaderni. Alcuni hanno pagine ingiallite, altri portano ancora l’odore dell’inchiostro. Sono il luogo in cui le mie parole hanno vissuto prima di diventare libri. Per questo non ho mai amato davvero gli e-book: perché ho sempre pensato che le parole, per esistere fino in fondo, abbiano bisogno di una casa. E una casa, per me, ha ancora la forma della carta.
A volte scherzo dicendo che ho imparato a scrivere poesie prima ancora di saper scrivere davvero. Non so se sia vero, ma ricordo con chiarezza il bisogno quasi istintivo di mettere le parole nero su bianco. Non importava su cosa: un quaderno nuovo, un foglio volante, il retro di una ricevuta, un’agenda dimenticata in fondo a un cassetto, un tovagliolo. Se arrivava un’idea, dovevo fermarla.
Da allora sono passati molti anni. Sono arrivati i computer, i telefoni, internet, il cloud, i lettori digitali in cui tutto può essere conservato senza occupare spazio. Eppure, nel mio comò, non ci sono vestiti. Ci sono pagine. Centinaia. Forse migliaia.
Quaderni dalla copertina consumata, fogli A4 piegati in quattro, appunti scritti a matita, poesie annotate con pennarelli colorati, pensieri nati nel cuore della notte, parole appuntate in fretta per paura che il tempo le portasse via. Ogni tanto apro quel cassetto e mi sembra di sfogliare una seconda vita.
Tra quelle pagine incontro persone che non vedo più, sogni che avevo dimenticato, paure che oggi mi sembrano lontane. Riconosco la calligrafia di epoche diverse della mia esistenza. Ci sono parole incerte, arrabbiate, innamorate, fragili. E mi accorgo che la scrittura non ha mai raccontato soltanto il mondo: ha raccontato me.
Forse è per questo che continuo ad amare la carta. Non per nostalgia. La nostalgia guarda indietro; io continuo a scrivere, a pubblicare, a vivere nel presente. Uso il computer ogni giorno, correggo testi sul telefono, invio manoscritti via email.
Non ho nulla contro la tecnologia. Eppure c’è una differenza che non riesco a ignorare. La carta conserva una presenza.
Quando apro un quaderno scritto dieci anni fa, non ritrovo solo parole: ritrovo il gesto che le ha generate. Le esitazioni, le cancellature, le frasi lasciate a metà. Persino la pressione della mano sul foglio. La pagina custodisce la storia della sua nascita. Un file, invece, appare già compiuto. Ordinato. Perfetto. Ma spesso non racconta il percorso che lo ha portato lì.
Lo stesso vale per i libri. Mi è stato chiesto più volte perché non abbia mai pubblicato un e-book: costa meno, non occupa spazio. La risposta non è semplice.
Non credo che un libro cartaceo sia superiore a uno digitale. Migliaia di persone leggono in formato elettronico e amano profondamente la letteratura. Eppure, per me, qualcosa si perde.
Quando penso ai libri che hanno segnato la mia vita, non ricordo solo le storie. Ricordo dove li ho comprati, le copertine consumate, le sottolineature, le pagine piegate, le macchie di caffè, i fiori secchi tra le pagine, i biglietti usati come segnalibri. Ogni libro è diventato un oggetto unico: un frammento di vita. Le librerie delle nostre case non contengono solo libri. Contengono versioni di noi stessi. E forse è per questo che continuo a guardarli come qualcosa di vivo.
Un libro attraversa il tempo insieme a chi lo legge. Può essere prestato, ereditato, ritrovato anni dopo in una soffitta. Può conservare una dedica che sopravvive a chi l’ha scritta. Ha una biografia, una presenza fisica nel mondo.
Qualche tempo fa, riordinando i miei quaderni, mi sono fermata su una pagina scritta molti anni prima. Non ricordavo nemmeno di averla composta. Eppure era lì, come una bottiglia lasciata in mare da una versione più giovane di me.
In quel momento ho capito che ciò che amo della carta non è solo la sua materia o il suo odore. È la sua capacità di custodire il tempo.
La carta non conserva soltanto parole: conserva mani, giorni, vite.
Forse è questo il motivo per cui continuo a credere nei libri stampati. Non perché siano migliori, ma perché invecchiano insieme a noi. Perché portano con sé la traccia del nostro passaggio.
Gli e-book, invece, mi hanno sempre dato una lieve sensazione di sospensione. Non perché manchino di valore, ma perché lì dentro le parole sembrano restare senza peso, senza segni, senza quella vita silenziosa che la carta accumula nel tempo.
Come parole conservate, ma non vissute. Presenti, ma senza storia.
E io, da quando ero bambina e riempivo quaderni con una calligrafia incerta e piena di sogni, continuo a credere che ogni parola meriti una casa.
Una casa che possa invecchiare con lei. Che possa portare le sue tracce. Che possa restituirle il tempo che l’ha attraversata. Perché alcune parole, almeno per me, non cercano soltanto di essere lette.
Cercano un luogo in cui mettere radici.
Alma Gjini
Milano GIUGNO 2026



One Comment
Cristina
Questo testo mi è piaciuto molto perché parte da qualcosa di concreto, i quaderni, il comò, la carta, e da lì arriva a una riflessione più ampia senza diventare astratto.
Si sente che non parla solo di libri, ma di memoria, di tempo e di tracce lasciate dalle diverse versioni di noi stessi. Molto bella l’idea della carta come luogo in cui le parole non vengono soltanto conservate, ma continuano in qualche modo a vivere.
Complimenti Alma. 🙂