Laboratorio di poesia

Recensione: Dunes sur le sable

Carnac spiaggia

Lenta si ritrae la marea
lasciando il suo segno
sulla sabbia dorata
delle spiagge di Carnac.

Nel ricordo ritrovo un senso
quanto lo era la luce accecante
di quel sole d’agosto
in un cielo senza nuvole.

Il tempo è trascorso velocemente
ma dentro me ancora dimorano
impercettibili onde silenziose
che modellano sinuose dune.

– Chiudo gli occhi –
L’acqua fresca dell’oceano
mi bagna i piedi.

Sono di nuovo in viaggio
e nessuno potrà fermarmi.

Dunes sur le sable © Paula Becattini

 

Recensione

C’è qualcosa di ostinato in questo testo in senso buono. Non vuole raccontare Carnac, vuole restituire la qualità fisica di un ricordo che non si è dissolto, che continua a lavorare sotto la superficie come appunto quelle onde che cita. L’intenzione è chiara e vale la pena prenderla sul serio.
La scena di apertura ha una sua compostezza: la marea che si ritrae lentamente, il segno lasciato sulla sabbia, è un’immagine classica della memoria, forse anche troppo, ma è usata con una certa misura.

Il problema arriva subito dopo, con “nel ricordo ritrovo un senso quanto lo era la luce accecante di quel sole d’agosto”: il verso vuole connettere il ricordo alla percezione sensoriale, ma la sintassi si fa faticosa, e l’idea, che il senso ritrovato sia abbagliante quanto quella luce, rimane implicita in modo tale da sembrare incompiuta piuttosto che allusiva.

Le immagini marine poi si moltiplicano, onde, dune, oceano, e qui sta il rischio maggiore del testo. No, non è che siano brutte, è che si fanno concorrenza. Ogni immagine occupa lo stesso spazio emotivo della precedente, nessuna ha il tempo di depositarsi. “Impercettibili onde silenziose che modellano sinuose dune” condensa tre qualificazioni in rapida successione, e invece di intensificare rallenta, appesantisce.
Il momento più riuscito è il trattino che precede “Chiudo gli occhi.” È una piccola rottura nel ritmo, quasi una didascalia dentro la lirica, e funziona perché mima esattamente quello che descrive, una pausa, un gesto volontario, un cambio di stato. È l’unico punto in cui la forma fa qualcosa che le parole da sole non farebbero.
E poi c’è la chiusura, che è la parte più forte in assoluto. “Sono di nuovo in viaggio e nessuno potrà fermarmi” ha una secchezza che il resto del testo non si era ancora permesso. Arriva come una piccola dichiarazione, quasi sorprendente dopo tanta contemplazione, e funziona proprio per questo contrasto, anche se quel contrasto non è del tutto preparato da quello che viene prima.
Il nucleo del testo è solido: un luogo che non finisce, la memoria come paesaggio ancora abitabile. La direzione per lavorarci sarebbe scegliere meno immagini e fidarsi di più di ciascuna, lasciare che una sola onda faccia il lavoro di tre.

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