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Jacques Prévert: il poeta che non aveva voglia di fare il poeta

Un poeta che odiava le regole.

Quelle della grammatica, quelle della società e, soprattutto, quelle dei movimenti artistici quando cominciavano a prendersi troppo sul serio.

Fu vicino al surrealismo, ma non abbastanza da farsi mettere il guinzaglio da André Breton, il “papa” del movimento. Prévert aveva un talento speciale per stare dentro le cose senza inginocchiarsi davanti a nessuno. Quando Breton diventò troppo rigido, troppo dottrinario, troppo Breton, lui prese le distanze. E naturalmente lo fece a modo suo: con ironia, insolenza e una certa gioia nel disturbare i solenni.

Oggi molti lo ricordano soprattutto per Le foglie morte, diventata una canzone celeberrima grazie alla musica di Joseph Kosma e alle interpretazioni di Yves Montand, Édith Piaf e mille altri. Ma Prévert non fu solo “quello delle foglie”. Scrisse sceneggiature, dialoghi, testi teatrali, poesie, canzoni. Firmò il soggetto e i dialoghi di Les Enfants du paradis, uno dei grandi classici del cinema francese, uscito nel 1945 e diretto da Marcel Carné.

E poi c’erano i collage. Per anni Prévert ritagliò giornali, fotografie, immagini, manifesti, componendo mondi bizzarri, teneri, storti. Non era un passatempo da pensionato con la colla sul tavolo della cucina: era un altro modo di fare poesia, solo senza versi in fila. La sua attività visiva è oggi riconosciuta come parte importante del suo lavoro artistico.

Il bello è che questo poeta popolare, letto e recitato ovunque, non era affatto un animale da palcoscenico. Aveva una timidezza vera, quasi fisica. Scriveva parole capaci di andare in bocca a tutti, ma lui, davanti al pubblico, non si sentiva affatto a casa.

Nel 1948 cadde da una finestra durante una festa. Una scena quasi da film, se non fosse stata tragica: trauma cranico, lunga convalescenza, amici terrorizzati. Lui sopravvisse e tornò a scrivere. Non come un monumento letterario, ma come Prévert: un uomo che sembrava sempre sul punto di fare uno sberleffo alla morte, alla morale e ai professori troppo ordinati.

Prévert resta questo: un poeta popolare senza essere banale, semplice senza essere povero, anarchico senza bisogno di fare il rivoluzionario in posa.

Uno che non voleva “fare il poeta”, lo è stato davvero.

firma prevert

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