Patrizia Cavalli è morta lo scorso 21 giugno, a 75 anni, dopo una lunga malattia.
Non ha solo rinnovato la poesia italiana, l’ha scrostata, liberata da quella patina di seriosità che, per anni, ha fatto sembrare la poesia un mobile prezioso coperto dal cellophane.
Lei è arrivata, ha tirato via il telo e ha detto: guardate che si può anche vivere, non solo declamare.
Non ha scritto molto, sette raccolte nell’arco di 46 anni, ma era fatta così: prendeva la vita, la guardava di sbieco e la trasformava in un verso che sembrava una battuta, ma che ti restava addosso per giorni.
Non voleva apparire profonda e, proprio per questo, lo era.
La sua Roma: un teatro privato
Cavalli ha vissuto Roma come una stanza in cui tutti entrano senza bussare, Bar, terrazze, amici, amori, cani, sigarette, conversazioni infinite.
Non c’era una vera separazione tra vita e scrittura: la poesia era un’estensione naturale del suo modo di stare al mondo, come se parlare con lei significasse già entrare dentro una pagina.
Roma le ha offerto la scena, lei ci ha messo la voce, una voce che non era costruita né solenne: era umana con quel modo di dire le cose come se fossero ovvie, quando ovvie non lo erano affatto.
L’amore: mai tragico, sempre urgente
Cavalli non ha mai interpretato la tragedia dell’amore, non piangeva sui sentimenti: li osservava, li guardava come si guarda un animale domestico che compie un gesto inatteso, con affetto, stupore e un filo di ironia.
L’amore, per lei, era un esercizio di presenza, un sserci, mancare, tornare, desiderare, arrabbiarsi, ridere e.. soprattutto non mentire.
Non a sé stessi, non all’altro.
La sua poesia amorosa è una delle poche in Italia che non ha paura della semplicità, ed è proprio lì che colpisce.
Che orrore immaginare due corpi
che fanno l’amore presi da necessità
che qualche cosa avvenga
si compia e poi sfilacciati
da una soddisfazione si ricompongono
nella loro apparenza.
Preferisco quel metro di distanza
dove vedevo l’eterno mare scuro
calmo silenzioso.
L’ironia: una forma di intelligenza
Cavalli possedeva una qualità rarissima: sapeva essere spiritosa senza risultare superficiale e profonda senza diventare pesante.
Era capace di dire una verità esistenziale in poche parole e poi comportarsi come se non avesse fatto nulla di straordinario.
La sua ironia non era un trucco, ma un modo per difendere la vita dalla retorica.
Le sue letture pubbliche sono diventate una delle immagini più riconoscibili della sua figura.
E me ne devo andare via così?
Non che mi aspetti il disegno compiuto
ciò che si vede alla fine del ricamo.
Ma quel che ho visto si è tutto cancellato.
E quasi non avevo cominciato.
Non sembrava affatto una poetessa che leggeva i propri versi, ma una donna che ti raccontava la sua giornata e che, quasi senza accorgersene, modificava il tuo modo di guardare il mondo.
La libertà: il suo vero tratto distintivo
Non ha mai voluto appartenere a una scuola, a un movimento o a un’etichetta, era allergica alle categorie.
La sua unica fedeltà era alla propria voce, una voce che non imitava nessuno e che non si lasciava addomesticare.
Questa libertà le ha permesso di fare una cosa che pochissimi poeti riescono a fare: scrivere in modo immediatamente riconoscibile.
Perché ci manca
Ci manca perché era una presenza, perchè ena donna capace di trasformare il quotidiano in qualcosa di più nitido.
Una donna che non aveva paura di mostrarsi fragile, buffa, innamorata, arrabbiata, stanca o felice, una donna che non recitava mai.
E soprattutto ci manca perché, in un paese dove la poesia a volte si prende troppo sul serio, lei ci ha ricordato che la serietà non è una posa, ma dire la verità senza fare scena.
E forse è proprio questo il motivo per cui la sua voce continua a sembrare contemporanea, anche oggi.
Ndr.
Patrizia Cavalli nasce a Todi nel 1947 e muore a Roma nel 2022. Durante gli studi filosofici conosce Elsa Morante che scopre in lei la vocazione per la poesia.
Alla grande scrittrice romana è dedicata la sua silloge d’esordio, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), cui segue Il cielo (1981). Il suo timbro appare subito personalissimo, insieme classico e quotidiano: la grazia arguta della lingua e la malinconia del tempo che trascorre consentono alla tematica amorosa d’innescare fulminanti interrogativi sul proprio sé.
Nel 1992 unisce nel volume Poesie (1974-1992) le prime due opere e una terza intitolata L’io singolare proprio mio. Alla vena epigrammatica comincia ad affiancarsi «un’attitudine intellettuale prosastica, o meglio un gusto del recitativo, ironicamente argomentante in tutta serietà» (Berardinelli); ciò si evidenzia ancor più in Sempre aperto teatro (1999), che si aggiudica il Premio Viareggio, e nel poemetto La guardiana (2005), poi confluito in Pigre divinità e pigra sorte (2006).
Ha scritto inoltre Flighty matters (2012), Datura (2013) e la raccolta di prose Con passi giapponesi (2019 – finalista al Premio Campiello). Vita meravigliosa (2020) è la sua ultima opera poetica.



