Bukowski: l’uomo dietro il mito

Charles Bukowski è spesso ricordato come il poeta degli sconfitti, il santo patrono dei bar di periferia, l’uomo che trasformava ogni bicchiere in un verso.

Charles Bukowski

Henry Charles Bukowski Jr. nasce in Germania nel 1920, cresce a Los Angeles tra botte, cicatrici e biblioteche che gli salvano la pelle.
Passa gli anni ’40 e ’50 a vagare, lavorare, bere, osservare: tutto ciò che vede diventa futuro materiale di scrittura.
Dal ’69 in poi scrive come un operaio della parola, ama come può, perde e scommette ai cavalli, fino alla morte nel ’94 con un’unica filosofia: “Don’t try.”

Ma dietro l’immagine dell’eccentrico che fuma, beve e impreca, c’era un uomo sorprendentemente timido, quasi impacciato, che si difendeva dal mondo con la stessa ironia con cui altri usano un ombrello sotto la pioggia.
Da ragazzo, prima ancora di diventare “Bukowski”, era un adolescente che si guardava allo specchio e vedeva solo cicatrici. L’acne devastante gli lasciò segni profondi sul viso e un senso di inadeguatezza che non lo abbandonò mai.
In un episodio raccontato anni dopo, ricorda di aver provato a parlare con una ragazza in biblioteca: lei gli rispose con gentilezza, ma lui, convinto di essere ridicolo, scappò senza dire altro.

È un dettaglio minuscolo, ma rivela un tratto fondamentale: Bukowski non era un duro, era un ferito che aveva imparato a camminare storto per non far vedere dove gli faceva male.
Anche quando lavorava alle poste, molto prima della fama, mostrava un’umanità che pochi associano al suo nome. Un collega raccontò che Bukowski, pur essendo sempre in ritardo e spesso mezzo sbronzo, era l’unico che si fermava a parlare con gli anziani durante le consegne.

Non per dovere, ma perché gli piaceva ascoltare le loro storie. Una volta rimase mezz’ora con una signora che aveva perso il gatto: tornò al deposito con la posta in ritardo, ma con un sorriso. “Era più importante lei”, disse. È un esempio semplice, ma smonta l’idea del cinico puro.
La sua eccentricità non era una posa: era un modo per sopravvivere. Quando scriveva, lo faceva come se stesse togliendo un peso dal petto. In una poesia racconta di aver passato un’intera notte a guardare un insetto che cercava di uscire da una bottiglia vuota.

Non lo aiuta, non lo giudica: lo osserva. E in quell’osservazione c’è tutta la sua filosofia: la vita è un continuo tentativo di uscire da qualcosa, e spesso non ci riusciamo. Ma il tentativo è già una storia.
Con le donne, poi, era un miscuglio di goffaggine, desiderio e paura. La sua relazione con Linda Lee, la compagna degli ultimi anni, è un esempio perfetto della sua umanità nascosta.

Linda racconta che Bukowski, nonostante la fama di donnaiolo, era capace di gesti di una dolcezza quasi infantile: una sera, dopo una lite, le lasciò un biglietto sul cuscino con scritto “Non so fare meglio, ma ci provo”. È una frase che non troverai nei suoi romanzi, ma che racconta più di mille pagine.
Anche il suo rapporto con la scrittura era meno romantico di quanto si creda. Non era un bohemien ispirato: era un operaio della parola. Si svegliava tardi, sì, ma poi scriveva per ore, con una disciplina che contraddice l’immagine del genio disordinato.

Una volta disse a un giovane poeta che gli chiedeva consigli: “Scrivi anche quando non vuoi. È lì che capisci chi sei”. È un esempio di quanto fosse più rigoroso che ribelle.
E poi c’erano i cavalli.
Non per gioco, non per vizio: per speranza. Al circuito di Santa Anita, tra scommettitori disperati e cavalli sudati, Bukowski trovava una forma di fede.

Non credeva in Dio, ma credeva nei cavalli che partivano ultimi e a volte sorprendevano tutti. “Sono come noi”, diceva. “Perdono spesso, ma quando vincono è bellissimo”.
Bukowski non era un santo né un demone.
Era un uomo che ha trasformato le sue crepe in finestre. E forse è per questo che ancora oggi ci parla: perché non ci chiede di essere forti, ma solo di essere veri.

Non restituire al mittente

La buona notizia è che sono
deperibile,
mentre la lumaca striscia sotto
la foglia,
mentre la dama nel caffè
ride una falsa risata,
mentre la Francia brucia
un crepuscolo di porpora.
sono deperibile
e questo è il bello,
mentre il cavallo scalcia
un asse della stalla,
mentre ci affrettiamo verso
il paradiso,
io sono piuttosto deperibile.
metti le scarpe sotto
il letto
allineate.
mentre ulula il cane
l’ultima rana sbuffa
e salta.

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