Cosa conta di più in una storia: la trama o il personaggio?
Quando chiudiamo un libro, ricordiamo ciò che è accaduto oppure la persona alla quale è accaduto? La domanda sembra semplice, ma divide da sempre chi le storie le scrive. Forse perché nasconde un problema molto più scomodo.
Quando raccontiamo a qualcuno un film visto la sera prima, di solito cominciamo da ciò che accade: una donna scompare, un uomo si sveglia senza memoria, una famiglia eredita una casa nella quale nessuno vuole entrare.
È la trama, diremmo, ma qualche mese dopo potremmo aver dimenticato metà degli avvenimenti e ricordare ancora benissimo quella donna, quell’uomo o uno dei componenti di quella famiglia.
Allora che cosa conta di più in una storia: la trama o il personaggio?
La domanda divide gli scrittori. alcuni sostengono che senza una struttura solida non si vada da nessuna parte, altri sono convinti che tutto debba nascere dal personaggio, dai desideri e dalle paure che lo spingono ad agire. Entrambi hanno ragione, finché non usano la propria risposta come alibi.
Chi non sa costruire una storia dice spesso di essere “uno scrittore di personaggi”. Chi crea figure piatte sostiene che nel suo genere conti soprattutto l’intreccio. in questo modo una debolezza diventa una scelta artistica e nessuno deve più affrontarla.
Un cadavere fa un giallo?
Immaginiamo un cadavere trovato in una biblioteca. è un ottimo inizio, ma non è ancora una storia. Diventa una storia quando qualcuno decide di indagare, nasconde una prova, accusa la persona sbagliata o riconosce nella vittima un volto che non avrebbe mai voluto rivedere.
Lo stesso fatto può produrre racconti diversi. Un poliziotto stanco cercherà di chiudere il caso in fretta; una bibliotecaria curiosa comincerà a fare domande; un bambino potrebbe aver visto tutto senza capire che cosa ha visto. Il cadavere è sempre quello, la storia cambia a seconda di chi gli mettiamo intorno.
Ma vale anche il contrario, possiamo conoscere l’infanzia di un personaggio, il rapporto con la madre, il trauma che lo tormenta e persino che cosa ordina al bar. Se nulla lo costringe a scegliere, rimane una scheda anagrafica molto dettagliata.
I particolari danno colore, non vita, un uomo non è interessante perché porta calzini spaiati o beve soltanto tè affumicato. Cominciamo a conoscerlo quando mentire potrebbe salvarlo, ma lui ha costruito tutta la propria esistenza sull’idea di essere una persona onesta.
“Il personaggio ha deciso da solo”
Fra gli scrittori circola una frase quasi sacra: “A un certo punto il personaggio ha cominciato a fare di testa sua”. Quando una figura è stata pensata bene, alcune azioni sembrano naturali e altre impossibili. Se una donna non si fida di nessuno, non consegnerà all’improvviso il proprio segreto al primo sconosciuto soltanto perché l’autore deve far avanzare la storia.
Però i personaggi non fanno davvero ciò che vogliono, non prendono possesso del computer e non costringono nessuno a scrivere cento pagine inutili. Dire che “mi ha portato lui fin qui” può anche significare una cosa meno affascinante: non sapevo dove andare.
Il gioco non libera chi scrive dalla responsabilità delle loro azioni. Se un protagonista cambia carattere per adattarsi agli avvenimenti, non è imprevedibile: è scritto male. Se reagisce sempre nello stesso modo, non è coerente: è fermo.
La trama perfetta che non interessa a nessuno
Dall’altra parte ci sono le storie costruite come orologi: ogni indizio è al posto giusto, ogni svolta arriva al momento previsto, il pericolo aumenta con precisione e il finale chiude tutto. Il meccanismo funziona, peccato che non ci importi nulla di chi rischia di morire.
Le formule non sono sempre sbagliate, il guaio comincia quando vediamo il meccanismo: il protagonista non agisce perché ne ha motivo, ma perché deve arrivare il colpo di scena.
Si dice che il giallo viva soprattutto di trama, eppure, se bastasse un enigma ben costruito, un investigatore varrebbe l’altro. Non è così, il lettore vuole scoprire l’assassino, ma torna al libro successivo per ritrovare chi indaga, con il suo modo di osservare, i suoi difetti e le sue manie. Il mistero lo spinge avanti; il personaggio lo fa tornare.
Anche nelle storie d’amore sappiamo spesso che quei due rivali finiranno per innamorarsi. La curiosità nasce dal motivo per cui proprio loro continuano a resistere. Se possiamo sostituirli con due persone qualsiasi senza cambiare una sola scena, non abbiamo personaggi: abbiamo manichini sentimentali.
Il conflitto non significa urlare
Quando una storia non funziona, salta fuori la parola che dovrebbe risolvere tutto: conflitto. Così i personaggi litigano, si tradiscono e ricevono diagnosi terribili, ma aumentare le disgrazie non produce automaticamente profondità.
Il conflitto non è rumore.
È la distanza fra ciò che qualcuno vuole e ciò che può ottenere. L’ostacolo può essere un assassino, una legge, una famiglia o una convinzione dalla quale non riesce a liberarsi. Anche chi desidera la pace può trovarsi in un conflitto feroce: fino a che punto è disposto a cedere per conservarla? Quando evitare lo scontro significa lasciare vincere il più forte?
Una storia comincia a stringere quando toglie al personaggio le soluzioni facili. Se può ottenere ciò che vuole senza rischiare, rinunciare o perdere nulla, possiamo aggiungere tutti i colpi di scena del mondo: resterà una passeggiata rumorosa.
La domanda più utile
Forse, invece di chiederci se venga prima la trama o il personaggio, dovremmo domandarci: perché questa storia deve accadere proprio a questa persona?
Se lo stesso racconto funziona allo stesso modo sostituendo il protagonista con chiunque altro, il personaggio è decorativo. Se quella persona può essere trasferita in qualunque vicenda senza cambiare, è la trama a non colpirla nel punto giusto.
L’incontro diventa interessante quando l’evento mette sotto pressione la convinzione sulla quale il protagonista ha costruito la vita. Una persona ossessionata dal controllo deve dipendere dagli altri, chi crede che la legge coincida con la giustizia scopre che applicarla produrrà un’ingiustizia.
A quel punto trama e personaggio non sono più separabili, accade qualcosa, il personaggio reagisce e la reazione produce conseguenze. Non è obbligatorio che alla fine diventi migliore, può capire, peggiorare o rifiutare la verità, purché la storia non trucchi le conseguenze per proteggerlo.
Un racconto può nascere da qualunque cosa: un delitto, una voce, una donna intravista alla fermata dell’autobus o una bara biodegradabile destinata al Tibet. Quello è soltanto l’innesco, la storia comincia davvero quando ciò che accade e colui al quale accade diventano inseparabili.
Perciò no, non viene prima necessariamente il personaggio, e non viene prima necessariamente la trama, prima può venire qualsiasi cosa. Ma se, alla fine, si vede ancora quale delle due è stata aggiunta dopo soltanto per sostenere l’altra, il lettore se ne accorge.
E di solito si annoia molto prima di riuscire a spiegarne il motivo.
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