Perchè mi annio leggendo certi libri
Attualità letteraria

Perchè mi annoio leggendo.

Capita anche a voi di annoiarvi leggendo?

A me si.
Ci sono testi scritti benissimo che non riusciamo a finire e altri che, se li osservassimo con la lente del critico letterario, probabilmente avrebbero qualche vite allentata, ma che ci trascinano fino all’ultima riga senza nemmeno lasciarci il tempo di mettere su il caffè.
E allora, scrivere per essere letti significa davvero rendere tutto semplice, immediato e accessibile a chiunque?
Non proprio. Prima bisogna capire una cosa molto meno comoda: chi sta leggendo?

Non esiste un solo tipo di lettore.
Facciamo finta di far entrare nella stanza due persone, la prima è la sciura Maria.
Maria ha la terza media, legge quando può, magari soprattutto romanzi, qualche biografia, il giornale e ogni tanto una poesia trovata su Facebook mentre aspetta che finisca la lavatrice.

Il secondo è il professor Mario, laureato in Lettere, insegnante di italiano, uomo capace di riconoscere un chiasmo a venti metri di distanza e probabilmente anche di spiegarti perché quella che tu chiamavi “una frase che suonava bene” è in realtà un periodo ipotattico con subordinata concessiva.

Diamo a entrambi la stessa poesia.
Maria arriva alla fine e dice:«A me non è piaciuta.»
Mario sistema gli occhiali e comincia: il registro linguistico appare discontinuo, la metafora centrale non viene sviluppata coerentemente, il ritmo nella seconda strofa perde tensione e l’immagine conclusiva risulta semanticamente prevedibile.

In pratica non gli è piaciuta neanche a lui, solo che Mario dispone dell’artiglieria, Maria ha una sola frase, eppure non è detto che abbia capito meno.

Capire un testo e saper spiegare perché
Questo è uno degli equivoci più curiosi quando si parla di lettura: confondiamo spesso la capacità di spiegare un giudizio con la capacità di avere un giudizio.
La formazione conta, chi ha studiato letteratura possiede strumenti che permettono di riconoscere strutture, riferimenti, tecniche, influenze e magari anche qualche furbizia dell’autore. Può capire perché un testo funziona o dove tecnicamente comincia a scricchiolare.

Ma questo non trasforma automaticamente il suo gusto in una sentenza della Cassazione.
La sciura Maria può non sapere che cosa sia un enjambement e accorgersi perfettamente che una poesia dopo otto versi ha cominciato a girare attorno allo stesso concetto come il gatto prima di coricarsi.
Probabilmente non saprà chiamarlo “ridondanza”.
Dirà:«Dice sempre la stessa cosa.» Che, in certi casi, è una diagnosi sorprendentemente precisa.

Naturalmente vale anche il contrario.
Maria può trovare incomprensibile un testo che Mario considera bellissimo, perché lui possiede riferimenti culturali, abitudini di lettura e strumenti che gli permettono di entrare dove lei rimane sulla porta.
Ma non significa che Maria sia una lettrice inferiore, significa semplicemente che sta guardando da un’altra finestra.

Scrivere per essere letti, ma da chi?
Ed è qui che la faccenda dello scrivere per essere letti comincia a complicarsi.
Letti da chi?
Perché il famoso “lettore”, quello di cui parlano tutti i manuali di scrittura, in realtà non esiste, esistono molti tipo di lettori.

C’è quello che vuole una storia e dopo tre pagine di descrizione della nebbia comincia a sperare che dalla nebbia esca almeno un assassino, c’è quello che ama proprio quelle tre pagine di nebbia.
C’è chi vuole riconoscersi, chi vuole essere sorpreso, chi ama una lingua semplice, chi gode davanti a una frase che deve leggere due volte.
Chi davanti alla stessa frase, alla seconda lettura, chiude il libro e va a stendere i panni ma nessuno di questi comportamenti stabilisce automaticamente il valore del testo e soprattutto nessuno stabilisce il valore del lettore.

Un testo difficile non è necessariamente profondo.
Per questo forse dovremmo diffidare sia di chi dice «se non hai capito è perché non hai gli strumenti», sia di chi sostiene che tutto ciò che non si comprende immediatamente sia scritto male.

Sono due scorciatoie ugualmente comode.

Un testo può essere difficile perché è complesso oppure può essere difficile perché è confuso, può essere semplice perché è limpido oppure semplice perché non ha molto da dire.
E per distinguere le due cose qualche strumento aiuta, certo, ma serve anche quella cosa molto meno prestigiosa che si chiama esperienza di lettura.
La sciura Maria magari non conosce Gérard Genette, ma in cinquant’anni ha letto duecento romanzi e sente arrivare un finale telefonato quando il professor Mario sta ancora cercando la focalizzazione interna.

Chi legge ha sempre qualcosa da dirci
Bisognerebbe ricordarselo soprattutto oggi, quando chi pubblica online riceve commenti da persone diversissime e tende inevitabilmente a dividere il mondo in due categorie: quelli che hanno capito il nostro genio e quelli che evidentemente non erano abbastanza preparati.

È una tentazione piacevole, anche molto economica per l’autostima.
Ma forse conviene fare una cosa più scomoda: ascoltare entrambi, se Mario ci dice che una metafora non regge, possiamo pensarci. Se Maria ci dice che a metà si è annoiata, possiamo pensarci lo stesso.
Non perché dobbiamo riscrivere tutto per piacere a Maria, a Mario, al vicino di casa e al cugino che legge soltanto manuali di pesca sportiva.

Chi scrive deve sapere anche quale lettore vuole raggiungere, ma tra scegliere il proprio pubblico e considerare stupido chi non ci apprezza passa una discreta distanza.

Scrivere bene per quale lettore?
Forse la domanda giusta, allora, non è soltanto:«Ho scritto bene?»
Potremmo aggiungerne un’altra:«Per chi ho scritto bene?»
E magari una terza, ancora più fastidiosa:«Se la sciura Maria ha mollato a pagina due, sono proprio sicuro che sia colpa della terza media?»

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