Ivan camminava lungo il marciapiede con quella noia pesante che gli riempiva la testa come una pietra.
Una noia che gli faceva sentire ogni minuto identico al precedente e che gli dava la sensazione di essere intrappolato in un tempo senza colore, senza rumore, senza niente che potesse farlo sentire vivo o almeno diverso da quel vuoto che si portava dietro da sempre.
Al parco cittadino c’era il solito vecchio sulla solita panchina: le mani tremanti appoggiate al bastone e lo sguardo rivolto agli alberi, come se il lento movimento delle foglie fosse l’unica cosa capace di tenergli compagnia.
Il ragazzino gli passò accanto come aveva fatto mille altre volte, ma quella volta la noia era così forte, così insopportabile, che tutto gli sembrava inutile, quasi finto, e il vecchio seduto sulla panchina una figura immobile in un quadro che non aveva senso.
L’idea di picchiare quel vecchio gli passò per la mente come se fosse una cosa normale, quasi come spostare un sasso o strappare una foglia dal ramo, qualcosa che non richiedeva nè sforzo nè pensiero né emozione.
Si fermò davanti a lui, sollevò il piede e lo colpì alla gamba con una curiosità crudele, come se volesse vedere cosa succede quando si rompe la quiete di qualcuno. Il vecchio si piegò su se stesso, portando una mano al ginocchio e chiedendo:
«Ma sei pazzo?»
Ivan allora continuò a colpire con una violenza quasi gioiosa, prima con un pugno alla spalla, poi con un altro al capo, poi con un calcio più forte, come se ogni gesto potesse finalmente ridargli vita.
Il vecchio cercò di proteggersi, ma era troppo lento, troppo fragile, e quando venne spinto a terra con entrambe le mani, il suo corpo cadde con un rumore sordo, un rumore che non era forte ma che sembrò riempire l’aria come un colpo improvviso. La testa batté contro il bordo della panchina e Ivan vide gli occhi chiudersi, il sangue fluire, il respiro farsi debole e il corpo diventare immobile.
Per un attimo il ragazzo rimase fermo, con il cuore che gli batteva forte e le mani che tremavano, non per paura di essere scoperto, ma perché non aveva previsto la grandezza di quel silenzio, l’enormità di quel corpo che non si muoveva più, quella sensazione che qualcosa si fosse spezzato davvero era inebriante. Poi scappò via spaventato ma insolitamente felice senza guardarsi indietro, con l’euforia di aver finalmente fatto qualcosa di grande e importante.
Il vecchio fu trovato poco dopo da una signora che portava a spasso il cane. Fu portato in ospedale, dove i medici dissero che era entrato in coma e che non si sapeva se e quando si sarebbe svegliato.
Ivan fu riconosciuto visionando la telecamera del parco. Interrogato, confessò tutto, aveva agito senza motivo, forse per noia, ma era troppo giovane per essere punito, troppo piccolo per la legge, troppo inesperto per essere considerato responsabile e rilasciato con la speranza che avrebbe «capito crescendo».
Ma lui aveva capito solo una cosa: la noia era ancora lì, identica, immobile, tutto quello che aveva fatto non aveva cambiato niente, né fuori né dentro di lui. Il mondo non si era mosso, era sempre uguale, la sua vita era sempre piatta, inutile, uguale, ma certamente domani al parco ci sarebbe stato un altro vecchio, un bambino o una donna con i quali divertirsi.
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