Gino e i giovani d’oggi

 

Senza titolo 1 1

Gino, 86 anni, occhio liquido, lingua appuntita, aspettava l’ennesima visita obbligata pre-Natale. Non quella del parroco, né quella del medico: peggio. Quella del nipote moderno. Quello che dice “bro” anche alla statua del santo all’ingresso.
Il personale aveva messo la sala comune in “modalità festività”: due pupazzi di neve disegnati dai residenti, un presepe di cartone appoggiato su un tavolo storto e un altoparlante che sputava canzoni natalizie remixate con basi trap. Dolore puro per Gino.
Si aggiustò la coperta sulle ginocchia, cercando la dignità che gli scivolava via un giorno alla volta.
Poi sentì il rumore.
Cic, ciac. Cic, ciac
Il chewing-gum di un giovane in avvicinamento.
La porta si aprì e Kevin entrò.
Felpa oversize, pantaloni strappati, cuffiette infilate nelle orecchie anche mentre salutava, cappellino tirato giù fin quasi alle sopracciglia.
“Yo, bisnon’, che succede bro?”
L’OS messicana quasi si strozzò dal ridere.
Gino lo guardò come si guarda una creatura sconosciuta scoperta in giardino: non ostile, ma chiaramente fuori posto.
“Ma che parli, in codice fiscale?”
Kevin sorrise con l’aria di uno che pensa di essere irresistibile.
“No nonnì, è slang. Linguaggio giovane.”
“Ah. Giovane. E serve per dire cosa?”
“Tipo… boh. Un po’ tutto.”
Gino annuì.
“Capisco. Come quando a noi bastava dire ‘ahò’ e la frase era finita.”
Kevin si guardò attorno con l’espressione di chi è finito in un incubo sensoriale: vecchi che russavano, due che guardavano una soap turca senza capire la trama, una signora che colorava un albero di Natale con il pennarello verde scarico.
“Bro… cioè… bro… ma perché state tutti qui a fare sta roba?”
Gino strinse le labbra.
“Perché non siamo su TikTok a ballare, immagino.”
Kevin fece una risatina.
“Eh ma quello lo fanno tutti.”
“E appunto per questo,” ribatté Gino, “io non lo faccio.”
Kevin non seppe cosa rispondere.
Allora tirò fuori il telefono. Tutto risolto, pensò.
“Ok, nonno. Facciamo un selfie insieme che poi lo mando a mamma così mi lascia in pace. Poi, se vuoi, ti faccio vedere un’app per allenare il cervello.”
Gino sgranò l’occhio liquido.
“Kevin, io il cervello l’ho allenato per ottantasei anni. Tu? Quanti ne hai fatti, uno e mezzo?”
Kevin abbassò il telefono.
Sconfitto.
Per un attimo, un istante breve e luminoso, il ragazzo smise di masticare.
“Quindi… vuoi uscire? Dai, c’è il parco.”
“All’aria aperta?”
“Sì bro. Un giretto.”
Gino si alzò con la lentezza dei re che non devono dimostrare niente.
“Va bene. Ma tu mi chiami ‘bro’ ancora una volta,” disse mentre si sistemava il cappello di lana, “e ti sbrocco negli anni Duemila.”
Kevin lo guardò confuso.
“Cioè?”
“Che ti arriva un ceffone d’epoca.”
E uscirono insieme.
Il ragazzo che camminava veloce per fuggire dalla noia.
Il vecchio che camminava piano per tenersi la vita addosso ancora un po’.

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Cristina
Cristina
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Un commento

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  1. Haha è stupenda! Ironica, ma allo stesso tempo anche commovente, sarà perché anch’io pian piano sto invecchiando 😀
    Ciao Cristina buongiorno ❤️