Remo Crosta ovviamente non esiste, ma avrebbe potuto.
In ogni sagra italiana, tra un purè e una salamella, c’è sempre qualcuno convinto che l’arte salverà il mondo- o almeno la frittura.
Alla Sagra della Patata, più attesa del Natale e del cambio della giunta, si celebrava l’amido in tutte le sue forme: fritto, lesso, al forno, in gnocco, in pane, in purè e persino in versione gelato (ritirato dopo tre ore e due svenimenti).
Tra una friggitrice e un banco di salamelle, Remo Crosta -pittore noto solo alla parentela – montava il suo angolo.
Artista domenicale, dipingeva su cartoni Amazon e tovaglie cerate, convinto che l’arte potesse vivere anche tra l’olio di semi e il listino del fritto misto.
Espose la sua opera più nota: Natura morta con gnocco, paesaggio collinare che, a seconda della luce, sembrava un purè impazzito o uno gnocco schiacciato.
“È un viaggio nel passato” spiegava, mentre il calore gli scioglieva la fronte.
“Sarà solo fame, maestro?”
La gente passava, sbirciava, poi puntava al banco delle patate fritte. Solo i bambini si fermavano:
“Mamma, ha dipinto la cena!”
“Non è la cena,” sospirava lui. “È la memoria della civiltà contadina.”
“Bravo, bravo,” rispondeva la madre, già con una patatina in bocca.
Il secondo weekend arrivò con la premiazione. Dopo la patata più pesante, la frittella più lunga e il bambino che aveva mangiato più crocchette senza bere, il presidente della Pro Loco salì sul palco con l’enfasi di chi sa che lo stanno riprendendo col telefonino.
“E ora,” gracchiò nel microfono, “un premio speciale all’arte!”
Un mormorio attraversò la folla. Remo trattenne il respiro.
“Per la riflessione sull’amido e sulla condizione umana nel tempo, il Pennello d’Oro in Olio di Semi va a… Remo Crosta!”
Applausi tiepidi, un paio di fischi e una patatina lanciata come un confetto.
Salì sul palco con passo teatrale, ricevette una targa leggermente unta e un buono per due porzioni di gnocchi al burro e salvia.
“L’arte,” disse nel microfono, “non è ciò che si appende, ma ciò che si digerisce.”
Dal fondo: “Bravo! Però adesso friggi via!”
Fu l’applauso più sincero della sua carriera.
Il giorno seguente, gara del purè più denso. I giudici tastavano la consistenza come sommelier di amido, discutendo di equilibrio e tenuta del cucchiaio. Remo osservava da lontano, quasi invidioso: lì almeno si assaggiava prima di giudicare.
Quando premiarono la signora Armida e il suo purè “architettonico”, pensò che, se avesse saputo della categoria, avrebbe partecipato anche lui, magari con la sua “Natura morta con purè e coniglio in umido”.
Alla fine della sagra tornò a recuperare il quadro. Lo trovò appeso nello stand del purè vincitore, accanto al mestolo gigante e a un cartello: “Vietato toccare la crema.”
Qualcuno gli aveva messo un grembiule davanti, “per protezione”.
Si tolse il cappello, lo guardò a lungo e mormorò:
“L’arte, quando va bene, nutre. Quando va male… si confonde col contorno.”
Da allora Remo non parlò più di arte.
L’anno successivo parlava di tempi di cottura, di olio che “non deve fumare” e di come riconoscere una patata che ha perso la voglia di vivere.
“Se si piega prima di friggere, è finita,” diceva, scuotendo il cestello come fosse un pennello.
Aveva appeso la sua “Natura morta con gnocco” dietro il banco, tra il listino prezzi e il cartello “No bancomat”.
Una bambina gli porse una moneta da due euro e disse:
“Voglio quelle patate lì, vicino al quadro.”
Remo sorrise. “Quelle sono le più ispirate.”
Alla fine del turno seduto dietro il banco, con le mani che sapevano di sale e nostalgia, guardò il quadro, il cielo sopra il tendone, poi il cartello “Chiusi per fine sagra”.
E pensò che forse, per la prossima edizione, avrebbe dipinto Paesaggio con ketchup e rimpianto.



One Comment
osrevortnIntroverso
Hahah ti adoro Cristina!