Narrativa

Il ponte di legno e mio padre

Il ponte di legno e mio padre

Quel ponte non era segnato su nessuna mappa, eppure tutti nel villaggio lo conoscevano.

Lo chiamavano semplicemente «il ponte di legno».
Attraversava un tratto stretto del fiume Fan, dove l’acqua diventava improvvisamente più nervosa e veloce, come se avesse fretta di perdersi tra le montagne della Mirdita.

Da bambina lo attraversavo sulla strada di ritorno da Blinisht, il paese dove era nato mio nonno e dove aveva ancora delle terre. Noi vivevamo a Reps e quella era la strada per tornare a casa. Camminavamo per ore lungo sentieri stretti, tra pietre che si muovevano sotto i piedi, arbusti secchi che graffiavano le caviglie e tratti in cui il silenzio diventava così grande da sembrare parte del paesaggio.

A volte mio padre mi prendeva la mano senza dire nulla. Le sue erano enormi rispetto alle mie, ruvide e screpolate dal freddo e dal lavoro, mani che odoravano di tabacco, terra e montagna. Quando il sentiero diventava troppo ripido si fermava e mi sistemava il cappuccio sulla testa.

«Hai freddo?»
Io scuotevo sempre la testa, anche quando tremavo.
Lui sorrideva appena. «Un giorno queste montagne ti entreranno dentro e non usciranno più.»
Allora non capivo davvero quelle parole. Pensavo parlasse soltanto di quei luoghi.

Quando arrivavamo al ponte, mio padre si fermava sempre per qualche secondo. Non per riposare: guardava le assi, le corde, l’acqua sotto di noi. Ascoltava. Il vento passava tra le tavole producendo un lamento sottile e, più in basso, il fiume colpiva le rocce con un rumore continuo.

«Non fidarti mai del legno che non conosci», diceva.
Per me era soltanto un ponte: assi vecchie, corde consumate, qualche chiodo arrugginito. Alcune tavole erano piegate verso il basso, altre annerite dall’umidità. Sotto, il Fan continuava a correre. Eppure ogni volta che lo attraversavo qualcosa cambiava: appoggiavo i piedi con più cautela, respiravo più piano e cercavo di non guardare troppo a lungo verso l’acqua.

Un’estate accadde una cosa che non ho mai dimenticato. Stavamo tornando da Blinisht dopo giorni di pioggia e, quando arrivammo al ponte, il fiume era gonfio, scuro, quasi irriconoscibile. L’acqua trascinava rami, schiuma e tronchi spezzati e ogni tanto qualcosa urtava contro le rocce con un colpo sordo.

Mio padre si fermò e guardò a lungo il ponte. Poi si inginocchiò davanti a me e mi mise una mano dietro la nuca.
«Alma, guardami.»
Alzai gli occhi.
«Se hai paura, non guardare il fiume. Guarda me.»
Ricordo ancora il calore della sua mano sulla guancia mentre il vento ci passava addosso gelido. Poi si rialzò.

«Oggi si passa uno alla volta.»
Andò lui per primo. Il legno scricchiolava sotto il suo peso, ma reggeva. Mio padre avanzava lentamente, provando ogni asse prima di spostare il peso sull’altra gamba. Arrivato a metà si voltò verso di me.
«Guarda dove metti i piedi.»

Annuii.
Quando raggiunse l’altra sponda, toccò a me. Il primo passo fu semplice, il secondo meno. Al terzo capii che il ponte non era fermo come sembrava da lontano: si muoveva sotto il mio peso, le corde gemevano e le assi vibravano sotto le suole. Sotto di me il fiume era diventato soprattutto rumore.
Feci ancora qualche passo, poi, a metà, mi fermai. Non decisi di farlo: fu il corpo a fermarsi prima ancora che riuscissi a pensare.

«Non fermarti!» gridò mio padre.
La sua voce sembrava lontanissima.
«Non fermarti, Alma. Guardami.»
Ma io guardai in basso. Per un istante ebbi la sensazione che il ponte non mi stesse portando dall’altra parte, ma mi tenesse semplicemente sospesa sopra qualcosa che avrebbe potuto inghiottirmi. L’acqua si muoveva sotto di me, scura e gonfia, e io non riuscivo più a staccarle gli occhi di dosso.

«Alma
Alzai la testa. Mio padre era dall’altra parte, immobile, con gli occhi fissi nei miei.
«Guarda me.»
Non ricordo se il vento si fermò davvero o se fui io a smettere di sentirlo. Ricordo soltanto mio padre davanti a me e il rumore del fiume che, per qualche secondo, sembrò andare più lontano.
Feci un passo, poi un altro, poi ancora uno.
Quando finalmente toccai terra dall’altra parte, non sentii subito sollievo. Rimasi ferma qualche secondo, come se il corpo dovesse convincersi di essere arrivato davvero. Mio padre mi mise una mano sulla spalla, fredda e ruvida di pioggia e lavoro.

Non sorrise e non mi disse «brava».
Disse soltanto:«Il ponte non è per attraversare il fiume. È per imparare a non guardarlo troppo.»
Allora non capii. Probabilmente rimasi semplicemente lì accanto a lui, contenta che il ponte fosse ormai alle nostre spalle.

Quelle parole mi tornarono in mente molti anni dopo. Ci sono momenti nei quali la paura fa esattamente quello che faceva quel fiume: corre sotto i piedi, fa rumore, trascina tutto con sé e ti convince che basti un movimento sbagliato per cadere.

Per molto tempo ho pensato che quel giorno fosse stato mio padre a farmi attraversare il ponte. In parte è vero. La sua voce mi aveva richiamata, i suoi occhi mi avevano dato un punto fermo verso cui guardare. Ma i passi li avevo fatti io, uno dopo l’altro.

Forse è questo che ricordo più chiaramente, adesso che sono adulta: non il momento in cui arrivai dall’altra parte, ma quello in cui ero ancora nel mezzo e decisi di muovere di nuovo il piede.
Il ponte tremava, il fiume continuava a scorrere e mio padre mi chiamava per nome.
Allora pensavo che mi stesse insegnando soltanto ad attraversare.

Oggi so che mi stava insegnando qualcosa che avrei capito molto più tardi: che ci sono paure che non smettono di fare rumore, acque che non si calmano e ponti che continueranno a tremare sotto i piedi.
Ma da qualche parte, dentro di me, è rimasta la sua voce.
«Alma, guardami.»
E ogni volta che la vita mi ha rimessa nel mezzo di un ponte, con qualcosa di oscuro che correva sotto, ho fatto quello che avevo fatto quel giorno.
Ho alzato gli occhi. E ho mosso un altro passo.

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