La padella eil pesce fritto di Leonid Latynin
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La padella e il pesce fritto di Leonid Latynin

Leonid Latynin
A volte siamo legati al mondo intero

A volte siamo legati al mondo intero
da un foglio di carta, da un filo telefonico
e da un gioco infantile d’amore e di dovere.

Ma ecco che arriva il momento di separarsi,
e i fili si spezzano, con uno schianto o in silenzio,
e sembra che ormai nulla possa più toccare
la tua anima: né la sincerità, né il diritto
di ucciderti davvero o soltanto col pensiero.

Vivi nel bosco e vai a raccogliere funghi,
e persino quando peschi lo fai con indifferenza,
dimenticando che il pesce, forse,
possiede un’anima simile alla tua,
cupa e tenera.

Gli tagli la testa e lo svuoti,
poi versi sul ferro l’olio
che ti aveva portato una studentessa malinconica,
alludendo timidamente a un sentimento,
quando ancora eri libero,
non ancora conficcato nella solitudine,

come una voce in un corpo,
come chiodi in un barattolo di vernice,
come un topo preso fino al collo in una trappola,
come un bisturi in un occhio,
come un serpente stretto in un pugno.

Ma torniamo alla padella.

Dopo aver fritto il pesce nell’olio sfrigolante,
grazie al provvidenziale ricordo della studentessa,
estrarrai dal barattolo di vernice
dei chiodi buoni, fatti come si deve.

E dopo averne troncato le teste arrotondate,
naturalmente non con i denti,
ma con le tenaglie,
li pianterai nel muro.

A che cosa serve il pesce?
Naturalmente, a dare forza.
Una buona colazione aumenta le forze.
Ma l’importante è non mangiare troppo.

Poi alzati, lava i piatti
e, presa la rincorsa, sbatti la testa
contro quel muro.

Ma se sei coraggioso, è meglio
sbatterci direttamente la faccia.

E quando il ferro penetrerà
nella tua carne lacerata,
tu, come me, riuscirai a sentire
il legame vivo fra te e il mondo.

Naturalmente, purché i chiodi
abbiano già avuto il tempo di arrugginirsi per l’umidità:
nel bosco ce n’è sempre molta di più
che in città, stipate di calore e d’aria soffocante.

Dunque, se c’è ruggine, considerala una fortuna.

Dopo aver battuto la testa o il viso
contro quei chiodi,
continua a vivere, e lascia che il volto marcisca.

E quando, ormai cieco, coperto di croste
e di grumi di pus, griderai
perché non sopporti più la putrefazione,
riuscirai a sentire con quanta forza
il mondo partecipa alle tue disgrazie.

Poi muori tranquillamente. Non ti dimenticheranno,
ma diranno:

«Era semplicemente uno stupido.
Non avrebbe dovuto sbattere così la testa,
figuriamoci la faccia!
Guardate, non è cambiato niente…»

Non credere loro e non rattristare la tua anima.

Come acque trattenute da una diga,
un giorno, in primavera, troveranno una via d’uscita:
dal basso, di lato, o forse traboccando dall’orlo.

Un giorno, comunque, usciranno dal bacino
e compiranno il loro utile lavoro.


In questa poesia Leonid Latynin parte da una domanda seria: che cosa rimane di un uomo quando si spezzano i legami che lo uniscono al mondo?

La risposta potrebbe occupare qualche verso malinconico, lui, invece, ci porta in un bosco, ci mette davanti un pesce da pulire e friggere, ricorda una studentessa che gli aveva regalato dell’olio e, senza alcun preavviso, tira fuori un barattolo di chiodi.
È qui che la poesia prende una direzione imprevedibile. Il pesce va fritto, i chiodi vanno estratti dal barattolo e privati della testa con le tenaglie, naturalmente non con i denti, poi piantati nel muro.
Quindi si fa colazione, perché il pesce serve a dare forza, purché non si esageri, poi si lavano i piatti e infine, presa la rincorsa, si sbatte la testa contro il muro, se si è coraggiosi, meglio la faccia.

Latynin descrive ogni operazione con una precisione quasi domestica, come se stesse spiegando come montare una mensola. Soltanto che il suo protagonista non vuole appendere un quadro: vuole ritrovare, attraverso il dolore, un legame con il mondo, e se i chiodi sono arrugginiti, meglio ancora: considerala una fortuna.

L’esito è quello che ci si aspetta, il corpo si deteriora, marcisce con croste e pus a profusione, poi l’uomo inevitabilmente muore e gli altri, invece di cogliere il senso del gesto, concludono che era semplicemente uno stupido.

Eppure la poesia non finisce lì, il dolore, dice Latynin, è come l’acqua trattenuta da una diga: un giorno troverà una via d’uscita e compirà il suo “utile lavoro”. Quale lavoro, non lo specifica, sa solo che sarà utile, e che prima o poi qualcuno lo vedrà compiersi. È una consolazione molto parca, e proprio per questo credibile.

Il fascino del testo sta nel contrasto fra la gravità di cio che racconta e la scrupolosa naturalezza con cui lo fa. Ci si sorprende a sorridere, e il sorriso resta lì, un po’ storto, fino all’ultimo verso.

Chi e Leonid Latynin?

Leonid Latynin (Леонид Латынин) è nato nel 1938 a Privolžsk, nella regione russa di Ivanovo. Laureato in filologia all’Università statale di Mosca, è poeta, narratore e traduttore.

Ha lavorato nel mondo dell’editoria e delle riviste letterarie, pubblicando numerose raccolte poetiche e romanzi, fra cui Il truccatore e la Musa. Si è dedicato anche allo studio delle tradizioni popolari e dell’arte russa antica.

La sua opera attraversa poesia, narrativa e ricerca culturale, con un immaginario che sa accostare riflessione filosofica e situazioni decisamente imprevedibili.

Testo originale in russo: https://poezia.ru/works/7597

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