Come smettere di funzionare e ritornare a vivere.
Viviamo nell’epoca dell’abbondanza, della prosperità, per certi versi del lusso.
Ogni desiderio, volere e piacere è quasi completamente ottenibile con un click e ricevibile, in alcuni casi, lo stesso giorno.
Abbiamo gli armadi pieni di vestiti, le case ricolme di oggetti, le dispense mai abbastanza grandi per contenere tutto ciò che, non solo serve, ma che desideriamo.
Abbiamo la TV e il divano, ove oziare a guardare Netflix, così da non permettere alla nostra mente di pensare, al nostro estro di alzare la voce, alle nostre insoddisfazioni di bussare alla porta.
Lavoriamo per pagare gli eccessi di una vita che non è come vogliamo, ma solo come “deve essere”.
Con la casa col giardino, con l’auto bella da mostrare al vicino, con lo spritz al tramonto da postare per i follower.
Ci crediamo felici, ma spesso siamo solo comodi, anestetizzati dal pensare, domati come bestie da circo.
Eppure andiamo avanti, assorti, assuefatti, disillusi.
Con l’idea che il fare, il produrre, l’accumulare si trasformeranno in benessere mentale.
Ecco, questo è uno dei lasciti della tecnica.
La tecnica che non ha scopo, ma che funziona.
Analogamente, la vita dell’uomo contemporaneo, sempre meno finalizzata a uno scopo ultimo e sempre più indotta a un funzionamento quasi automatico, meccanico e quindi tecnico.
Uomo contemporaneo suddito, schiavo, che detiene il controllo apparente del suo fare e del suo pensare.
Come possiamo credere di pensare liberamente, avendo apparecchi tecnologici – su tutti i social media – che decidono costantemente quali contenuti meritino la nostra attenzione, influenzando drasticamente il nostro sguardo sul mondo?
Ed è forse questa la parte più inquietante: l’essersi abituati a vivere una vita automatizzata, che magari non ci appaga, non ci rappresenta, non ci affascina, però “funziona”.
A tal proposito, una novella mi risuona: “Il treno ha fischiato” di Luigi Pirandello.
Con il protagonista, il signor Belluca, schiavo inerme di una vita misera.
Calpestato da soprusi e ingiurie al lavoro, spettatore alienato e sopraffatto di un’esistenza non scelta.
Ma che un giorno, con la mente immersa nel caos, udì dalla ferrovia vicina un treno fischiare.
Quel fischio fu sacramentale, un risveglio, un atto di ribellione.
Una ribellione così forte da farlo finire all’ospizio come pazzo.
Quel fischio che evidentemente, nella novella, simboleggiava una rinascita.
Altro che follia, il povero Belluca era tornato lucido e si era accorto che, fuori dal caos, dal lavoro da computista, fuori dalla sua difficile realtà familiare, fuori da tutto quello che non aveva scelto, ma di cui era diventato inconsapevolmente vittima, c’erano le città da esplorare, le montagne da scalare, i mari da osservare, i libri da leggere, le persone da amare, c’era la vita.
Ecco, come accadde al Belluca pirandelliano, un po’ di sana ribellione potrebbe essere d’aiuto all’uomo contemporaneo.
Se è vero che la tecnica ormai è un ente a sé, inarrestabile, è anche vero che noi, in qualità di esseri pensanti, geniali e intelligenti, abbiamo ancora il potenziale e, per certi versi, anche il dovere di ribellarci a questo andazzo robotico, che tende a omologare le nostre vite e a renderci spettatori comodi, lobotomizzati e passivamente rassegnati.
Lasciamo che il treno riprenda a fischiare anche per noi e sforziamoci di uscire da questa ignoranza indotta, che, anestetizzando il nostro pensiero, rischia di condizionare le nostre menti, le nostre vite, la nostra umanità.


