La nebbia pare un angelo solitario,
nella tiepida mattina di marzo.
Allegre le colombe della pace,
in un gaio susseguirsi di batter d’ali
serene,
di profetica letizia,
del gaudio celeste.
La notte è stata evanescente,
un fantasma in sordina
con l’anima proiettata verso l’Oriente e
gli spazi colossali,
la temperatura lieve, il fuggire delle
sacre ombre.
Si dirada così, la nebbia,
tra i cani che passano vicini



Solo tu conosci l’anima di questa poesia e perche l’hai scritta quindi il mio commento non e un giudizio ma un semplice parere.
Quello che mi colpisce è l’atmosfera sospesa, quasi liturgica, che però resta ancorata al quotidiano. La nebbia-angelo funziona perché non è retorica: è solitaria, discreta, mattutina.
Le colombe, la letizia, il gaudio celeste rischierebbero l’enfasi, ma vengono tenuti a bada dalla seconda parte, più rarefatta e meno “iconica”, dove la notte diventa fantasma e il paesaggio si svuota.
Bello il finale, concreto e quieto insieme: i cani che passano riportano tutto a terra, e il sole non irrompe, accompagna.
È una poesia che chiede semplicemente di essere attraversata, come la nebbia stessa. Funziona proprio per questo equilibrio fragile tra visione e realtà.