C’era un c’era una volta
che parlava con un “ci sarà una volta”.
Il “c’è” non partecipava
al confronto: aveva delegato
il suo vice, “non c’era una volta”,
a giustificare il presente,
che, in fondo, era l’unico
autorizzato a parlare.
By Marco Saya
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Mi piace questo piccolo gioco dei tempi verbali perché sembra una sciocchezza e invece ti accorgi che parla di noi.
Il passato e il futuro che chiacchierano tranquilli, come se avessero tutto il tempo del mondo, e il presente che invece si nasconde, manda un sostituto, non sa mai bene come giustificarsi.
È vero: il presente è sempre un po’ imbarazzato, un po’ impreparato, arriva lì senza aver studiato.
E questa cosa del “non c’era una volta” mi fa sorridere, perché è proprio così che spesso ci raccontiamo quello che viviamo: per negazioni, per tentativi, per approssimazioni.
È un testo piccolo ma dice una cosa grande: che il presente è l’unico che può parlare, ma è anche quello che balbetta di più.
Benarrivato nella nostra via dei poeti