immagine e Vita di Gabriele D'Annunzio
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Gabriele D’Annunzio: vita, curiosità insolite e versi del Vate più scandaloso d’Italia

Chi era davvero il Vate? Poeta, seduttore, aviatore e genio del marketing. Una biografia ironica tra versi celebri e aneddoti sconosciuti.

C’è una porta al Vittoriale degli Italiani che costringe chiunque entri a chinare la testa. L’ha voluta così lui, naturalmente. Bassa, quasi offensiva. Perché D’Annunzio non riceveva ospiti: li inginocchiava.
Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863 e decide quasi subito che il mondo è troppo piccolo per contenerlo, e che lui, di conseguenza, ha il dovere di riempirlo tutto. Di parole, di gesti, di donne, di debiti. Soprattutto di debiti.
“Io ho quel che ho donato.”
Bella frase. Peccato che avesse donato anche quello degli altri.

Il poeta che si inventò morto

Prima ancora di pubblicare il suo primo libro, Primo Vere, D’Annunzio capisce una cosa fondamentale: non basta scrivere bene, bisogna far parlare di sé. Soluzione? Diffonde la notizia della propria morte per una caduta da cavallo. I giornali ne parlano, il pubblico è commosso, il libro vola. Poi smentisce tutto.
Aveva diciassette anni.
Ci vorrà quasi un secolo perché qualcuno gli desse un nome: personal branding.

Il seduttore con il segreto imbarazzante

Eleonora Duse, Barbara Leoni, Alessandra di Rudinì. Le sue conquiste riempiono libri interi. Eppure c’è una cosa che D’Annunzio fa di tutto per nascondere: i denti, rovinati, brutti, cariati, il punto cieco del mito.
Quando viene invitato ai banchetti, si presenta sempre dopo aver già mangiato, così non deve aprire la bocca per nient’altro che conversare trasformando lo momento conviviale in spettacolo verbale.
Il seduttore più famoso d’Italia mangiava da solo, in anticipo, come un bambino in punizione. “Il silenzio è la più alta espressione del disprezzo.”sosteneva.
O forse, semplicemente, non voleva farsi vedere masticare.

L’aviatore con un occhio solo

Nel 1918, ferito a un occhio durante la guerra, mezzo cieco e probabilmente incosciente, D’Annunzio non si ferma. Sale su un aereo e vola su Vienna, nemica. Non lancia bombe. Lancia quattrocentomila volantini tricolori con su scritto, più o meno: imparate a conoscerci, potremmo distruggervi, ma siamo italiani e preferiamo fare scena.
È un gesto folle, inutile militarmente, perfetto simbolicamente.
È D’Annunzio al cento per cento.

Il lessicografo involontario

Pochi sanno che senza di lui non avremmo il tramezzino, termine che coniò su richiesta del Regime per italianizzare l’odioso sandwich inglese.
Ma non finisce qui: a lui dobbiamo anche velivolo, fusoliera, scudetto, Vigili del Fuoco, e persino il nome de La Rinascente.
Un poeta che ha dato il nome ai grandi magazzini, c’è qualcosa di perfettamente dannunziano anche in questo.

Il vecchio al Vittoriale

Gli ultimi anni li trascorre sul Lago di Garda, nella sua residenza-monumento-mausoleo, circondata da navi incastonate nel colle, da stanze soffocanti di oggetti, da donne selezionate nei paesi vicini.
Usa cocaina, stricnina, oppio, quello che chiama con eleganza la polvere folle.
Tiene sulla scrivania, come fermacarte, una mano mummificata che sostiene appartenesse a un eroe risorgimentale.
E quando la vecchiaia lo costringe a fare i conti con il proprio corpo, non si arrende. Indossa un pigiama con una strategica apertura. Perché D’Annunzio, fino all’ultimo, resta D’Annunzio.
“Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte.”
Lo fece. Con tutto il grottesco, il genio, il ridicolo e la grandezza che un’opera d’arte può contenere.

Muore il 1° marzo 1938, di emorragia cerebrale, alla scrivania. Come si conviene a un uomo che ha trasformato ogni momento in letteratura — anche l’ultimo.
La porta del suo studio è ancora bassa.
Chiunque entri, china la testa.

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